Cosa significa lo scontro Netflix-Paramount per il controllo di WBD

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La battaglia per il controllo di Warner Bros. Discovery (WBD) è entrata nella sua fase più feroce. In pochi giorni, tra Netflix e Paramount Skydance si è scatenata un’asta al rialzo dal cui esito dipenderà il futuro del panorama mediatico americano, e non solo.

La prima mossa l’ha fatta Netflix, annunciando venerdì un’offerta da 27,75 dollari per azione, in cash e stock, accompagnata dalla promessa di uno spin-off delle reti via cavo, lasciate agli attuali azionisti WBD. Il totale complessivo dell’offerta si assesta sugli 82,7 miliardi.

Paramount Skydance ha risposto lunedì mattina, tentando di strappare il controllo con una offerta totalmente in contanti da 30 dollari per azione. Un rialzo clamoroso (si arriva a 108 miliardi di valore dell’accordo), che ha immediatamente agitato il mercato.

Cosa significa sui mercati: il rilancio delle azioni WBD, le difficoltà di Netflix, l’all-in degli Ellison

Chiunque vinca, una cosa è chiara: gli azionisti WBD stanno finalmente vedendo tornare valore, dopo anni di delusioni. Le valutazioni di Netflix e Paramount sono stellari se paragonate al valore che il titolo aveva appena nove mesi fa, ad aprile, quando le azioni WBD erano scese sotto gli 8 dollari. Lontanissime dai 24 dollari del 2022, quando la fusione tra Warner e Discovery aveva dato vita al colosso Warner Bros. Discovery, guidato da David Zaslav (già CEO, dal 2006, di Discovery Communications). In poco tempo, si è capito che il nuovo gruppo non navigava in buone acque. Le difficoltà nel settore della TV via cavo, i costi da sostenere per entrare in quello dello streaming e la perdita di abbonati avevano minato la fiducia degli investitori. Oggi la narrativa si è ribaltata: il titolo è tornato a correre grazie a una vera e propria guerra di offerte.

Se gli azionisti di WBD festeggiano, quelli di Netflix hanno meno da sorridere, nonostante la “power move” effettuata dall’azienda con la prima offerta. L’azione del colosso dello streaming è scesa del 3,4%, toccando il minimo da aprile e segnando un -21% rispetto ai livelli di inizio ottobre. Il mercato teme che Netflix possa essere costretta a rilanciare, caricandosi un debito enorme per competere con un’offerta in contanti più aggressiva.

Eppure, in pubblico, i due co-CEO Ted Sarandos e Greg Peters continuano a ostentare sicurezza. Lunedì, intervenendo alla UBS Global Media and Communications Conference, Sarandos ha difeso l’operazione, rivendicandone i punti di forza: “È un grande affare per i nostri azionisti, per i nostri clienti e per tutta l’industria dell’intrattenimento. E siamo molto fiduciosi di portarla a termine”:

Ted Sarandos, co-CEO di Netflix (foto LaPresse)

Il rivale finanziario di Netflix è Larry Ellison, cofondatore e CTO di Oracle, uomo più ricco del mondo (fresco di primato, da settembre di quest’anno), padre di David Ellison, CEO di Paramount Skydance Corporation e artefice principale della partita condotta per il controllo di WBD. E’ papà Larry che con il suo fondo, insieme a RedBird Capital e a tre fondi sovrani del Medio Oriente, dovrebbe contribuire a coprire circa la metà dell’offerta da 108 miliardi (il resto sarà raccolto a debito da banche e invesittori istituzionali).  Il suo patrimonio, (270 miliardi) gli permette l’azzardo, ma il mercato si chiede se ne varrà la pena.

L’ombra della politica e gli interessi di Trump

A pesare, da mesi, sull’intera vicenda, è una ingombrantissima questione politica, con un ruolo evidente giocato dal presidente Donald Trump.

Trump ha già espresso in pubblico dubbi sul deal Netflix (“potrebbe rappresentare un problema, la quota di mercato di Netflix è già molto alta” ha dichiarato), e ha relazioni consolidate con la famiglia Ellison. Scendendo molto nel concreto: nell’equity della proposta Paramount figura Affinity Partners, il fondo di investimento guidato da Jared Kushner, genero di Trump e suo strettissimo consigliere. E il presidente ha anche giocato un ruolo nella fusione, approvata quest’estate dalla Commissione Federale per le Comunicazioni, tra la Skydance degli Ellison e Paramount, che ha portato alla nascita del gruppo che ora gareggia con Netflix per il possesso di WBD. L’approvazione era arrivata solo dopo che la CBS, di proprietà di Paramount, aveva accettato di pagare 16 milioni di dollari per porre fine a una causa mossagli contro dallo stesso Trump, per via di una controversa intervista andata in onda alla candidata democratica Kamala Harris.

Larry Ellison con Donald Trump (foto Ansa)

L’ingerenza di Trump sul mondo dell’informazione e la possibilità di vedere il canale news “rivale” per eccellenza CNN finire in mani amiche, suggerisce che l’interesse del presidente nell’operazione sia molto forte. E in un contesto regolatorio e antitrust che dipende direttamente da Washington, questo aspetto potrebbe diventare un vantaggio competitivo decisivo per gli Ellison nelle prossime settimane.

Hollywood e l’informazione USA tremano: comunque vada, ci sarà da preoccuparsi

La corsa per WBD è ben lontana dall’essere conclusa. Netflix non sembra intenzionata a ritirarsi; Paramount ha già mostrato di poter rilanciare; gli azionisti aspettano ulteriori rialzi.

Qualunque sia l’esito finale, la battaglia per Warner Bros. Discovery segnerà un punto di svolta per tutto il settore media: perché ridisegna l’assetto industriale tra piattaforme e studios; perché mette alla prova la sostenibilità economica dello streaming e perché introduce un forte elemento politico nel futuro di un gruppo che possiede CNN e HBO (CNN, ricordiamo, non rientrerebbe nell’acquisizione di Netflix, ma in quella di Paramount Skydance, già editrice di CBS).

Contro la possibile acquisizione da parte di Netflix si è sollevata la voce dei lavoratori di Hollywood: attori, sceneggiatori, ma anche gli esercenti cinematografici temono un accentramento di potere enorme nelle mani dello streamer, la perdita di posti di lavoro, la chiusura delle sale. “Se Netflix comprerà WBD sarà un disastro” ha dichiarato il regista James Cameron. Non hanno convinto, quindi le dichiarazioni di Ted Sarandos che ha definito l’acquisizione come “pro-consumer, pro-innovation, pro-worker, pro-creator, pro-growth”.

David Ellison (foto Ansa)

In risposta alle parole di Sarandos, David Ellison, ha invece venduto l’operazione di Paramount Skydance come “pro-Hollywood, pro-consumer e pro-competition”. E ha evocato 6 miliardi di sinergie nel caso in cui la fusione vada in porto. Su questo la risposta di Sarandos non si è fatta attendere: “Da dove crediate che vengano le sinergie promesse da Ellison? Sono tagli di posti di lavoro. Noi invece non ne taglieremo, anzi ne creeremo di nuovi”. Tutto da verificare.

La prospettiva di un monopolio esiste anche nell’opzione Paramount. Diversi senatori democratici hanno già espresso allarme per l’idea di concentrare in un’unica azienda il controllo di un numero così elevato di canali televisivi e piattaforme di streaming. Una fusione con WBD darebbe infatti al gruppo la supervisione congiunta di CNN, CBS e altre reti cruciali, configurando un livello di concentrazione superiore persino a quello di Disney. Osservatori e associazioni che monitorano la pluralità dei media avvertono che un conglomerato di queste dimensioni potrebbe ridurre ulteriormente la diversità delle fonti, accentuare la polarizzazione del mercato e compromettere la capacità dei media di svolgere un ruolo di controllo sul potere politico ed economico. Anche alcuni analisti sostengono che, tra le due operazioni, quella Paramount–WBD sarebbe la più esposta a rischi antitrust, soprattutto nell’attuale clima politico statunitense.

Insomma, non sembra esserci scampo: il passaggio di un colosso come WBD nelle mani di un competitor o di un altro creerà in ogni caso un forte squilibrio nel mercato dei media americani, con riflessi su tutto il resto del mondo. Quando il mercato raggiunge un tale livello di concentrazione, e il peso dei singoli gruppi aumenta, è inevitabile che basti un solo passaggio di mano per far saltare tutto il banco.