L’umanitarismo socialista è il cemento della convergenza civile. Riflessioni sul senso della comunità, della fragilità e del diritto di appartenere
COMUNICAZIONE POLITICA – Prima Comunicazione, Novembre 2025
Sono un ‘socialista’. Categoria della politica difficilmente definibile.
Senza vittimismi, si tratta di una delle parole politiche che in Italia ha preso più botte e insulti nel Novecento. È dalla cassa toracica del socialismo che si staccano, a inizio secolo, le due costole che porteranno agli estremi la loro visione, comunismo e fascismo, impregnate di un’urgenza rivoluzionaria che inviterà a rimandare l’attenzione e la cura per l’uomo, che vive adesso tra noi, per preoccuparsi di forgiare quello del futuro (e non importa se tutto questo al costo di qualche forzatura o bruttura).
Perché allora si era e si è socialisti? “Per aiutare e portare avanti chi resta indietro”, scriveva Pietro Nenni, mentre l’umanitarismo socialista riduceva la sua vocazione a un pensiero riassumibile su un fogliettino: “Far del bene alla gente, è tutto qui il socialismo, non c’è bisogno di altro”. Questa deamicisiana visione, che distinse il socialismo da coloro per cui “occorreva ben altro”, trovò anche una concettualizzazione di grande fascino, nei vituperati anni Ottanta, con la tesi di Claudio Martelli su “i meriti e i bisogni”, per cui una società, che costruisce il futuro, è in equilibrio e in armonia se sa riconoscere, promuovere e far crescere il merito e, contemporaneamente, tutelare, proteggere e sostenere il bisogno.
Così – socialista che non sono altro – non poche domeniche mi capita di essere coinvolto da quella trasmissione che la Rai programma, con alterne attenzioni, dal titolo ‘O anche no’.
La conduce, da anni, Paola Severini Melograni; con tenace grazia, questo contenitore di storie e umanità rivendica attenzione per bambini, donne e uomini che affrontano il quotidiano con più complessità di altri, minor fortune di partenza o sopraggiunte.
Le società si definiscono tali perché uniscono comunità e ridistribuiscono opportunità e possibilità intervenendo dove il singolo o la sua famiglia non possono o riescono a reagire individualmente. Nella retorica democratica dovrebbero essere le maggioranze a dettare i tempi, le priorità e le direzioni di una popolazione. Ma è proprio nel modo in cui si guarda alle minoranze, alle fragilità, alle differenze – siano esse fisiche, mentali, economiche, culturali – che si misura il grado di civiltà di una comunità.
Non è la forza della ‘materia’ a definire la qualità di una società, ma la sua capacità di tenere insieme, di non lasciare indietro, di aprire spazi, di dare voce a chi rischia di non averne. La diversità non è un concetto laterale: è quell’enorme e indefinito mondo che sfugge all’altrettanto indefinibile ‘normalità’ e che racchiude tutto ciò che è visibile e invisibile delle differenze umane. Non è un accessorio del vivere civile, ma la sua sostanza più vera. Ogni essere umano è, a suo modo, portatore di una differenza.
E l’inclusione non è solo un dovere morale o giuridico: è l’architrave della convivenza.
Trasmissioni come ‘O anche no’ hanno il dono – prezioso e raro – di schiarire lo sguardo, di togliere il velo dalla distrazione del superfluo e di raccontare storie che non chiedono pietà, ma diritto di cittadinanza piena. Non celebrano l’eccezione: mostrano la normalità della differenza.
In un mondo che esalta la performance e premia la velocità, fermarsi ad ascoltare chi procede con un passo diverso è un atto politico e culturale che ci ricorda umani.
Costruire spazi dove tutti possano esprimersi con dignità e rispetto, e dove la comunità interviene quando il singolo non riesce, è il senso stesso dell’essere comunità. È la ragione prima della redistribuzione delle sue risorse, dell’impiego dei suoi talenti, della responsabilità che ci lega gli uni agli altri.
Una società può dirsi viva solo se riconosce il valore di ciascuno, e non solo quello di chi produce, corre o primeggia. Perché la fragilità non è un difetto, ma parte integrante dell’esperienza umana; è una condizione che investe chiunque, in qualunque momento, consapevole o no.
Se davvero esistesse un metro per misurare come abbiamo vissuto, non starebbe nei risultati economici, nei record o nelle classifiche, ma nel modo in cui abbiamo tenuto insieme tutte le persone con cui ci siamo ritrovati ad attraversare questa avventura sulla terra. Sta lì la traccia del nostro passaggio: nella capacità di non escludere, di non rimuovere, di non fingere di non vedere.
L’umanitarismo socialista, con la sua semplicità che tanti hanno scambiato per debolezza, non è buonismo: è costruzione, cemento di coesione reale. È ciò che tiene unita la trama invisibile di una comunità.
Ed è per questo che trasmissioni come ‘O anche no’, piccole o grandi che siano, contano. Perché, anche solo per un’ora, ricordano a un Paese confuso che non si è comunità perché si abita lo stesso territorio, ma perché si cammina insieme, si ascolta, si interviene, si condivide. Anche – e soprattutto – quando non si è costretti a farlo.


















