La ‘nuova vita’ delle parti sociali

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E’ favorita dalla scelta del governo Meloni di investire sui corpi intermedi come strumento di co-gestione di una società polverizzata

Soltanto qualche anno fa erano in molti a teorizzare il loro rapido declino, strette tra diminuzione degli iscritti, tentativi di rottamazione da parte della politica e delegittimazione sociale. E invece oggi, a sorpresa, le parti sociali sono protagoniste di una ‘nuova vita’. Almeno sul piano del potere negoziale, visibilmente cresciuto a favore dei corpi intermedi, che hanno scelto la via del confronto. Difficile dire, invece, dove porterà la strada della ‘piazza continua’ scelta dalla Cgil (insieme ai sindacati di base), che sembra spostare l’orizzonte in un ambito politico, più che sindacale.
L’avvento di una ‘nuova vita’ delle parti sociali è favorito sicuramente dal governo Meloni che, nonostante il limite delle scarse risorse a disposizione, ha scelto di investire sui corpi intermedi come strumento di co-gestione di una società polverizzata (oltre che ovviamente come veicoli per il rafforzamento del consenso politico).

Un passo importante in questa direzione è stata l’approvazione in primavera della legge sulla Partecipazione: la proposta Cisl è stata svuotata di qualsiasi carattere prescrittivo e affidata interamente all’autonomia della contrattazione tra imprese e sindacati.
Altro step fondamentale è oggi la previsione, nella legge di Bilancio, della flat tax del 5% a favore degli aumenti contrattuali, forse ‘l’uovo di Colombo’ della quarta manovra finanziaria del governo Meloni. Una misura semplice, chiesta da anni a gran voce da sindacati e imprese, che valorizza gli aumenti delle retribuzioni dei redditi, fino a 28mila euro, previsti dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Incentivando le parti sociali ad accelerare il rinnovo dei contratti e consentendo ai ‘lavoratori poveri’ di recuperare parte del potere d’acquisto perduto. Se nei prossimi anni la nuova flat tax verrà estesa anche alla classe media dei lavoratori, come auspico, rappresenterà uno strumento per riequilibrare verso i dipendenti un sistema fiscale che oggi è nettamente sbilanciato a favore degli autonomi.
Ogni rinascita ha bisogno di un luogo-simbolo: nel caso delle parti sociali, è la Sala Verde di Palazzo Chigi, che è stata ‘riaperta’ dopo la polvere accumulata nelle legislature precedenti. La moltiplicazione delle convocazioni dei rappresentanti delle imprese e dei sindacati, avvenuta negli ultimi tre anni, non è solo un dato formale o estetico. È figlia piuttosto di una visione della società non come semplice somma di individui, ma come sistema di categorie unite al loro interno da valori e interessi comuni: il terreno ideale, almeno teoricamente, per associazioni di categoria e sindacati che vogliano puntare sulla loro forza negoziale (a prescindere dall’orientamento culturale).

Tutto ciò avviene, però, mentre la contrattazione collettiva mostra segni evidenti di sofferenza. A fine giugno l’Istat ha registrato 31 contratti collettivi nazionali in attesa di rinnovo nel nostro Paese: in concreto 5,7 milioni di lavoratori, ben il 43,7% del totale dei dipendenti coperti dalla contrattazione collettiva, hanno un contratto scaduto e non beneficiano di alcun recupero del potere d’acquisto. Tra questi i metalmeccanici, la categoria-simbolo dell’industria manifatturiera italiana. E se i contratti si rinnovano a ritmo di lumaca, un motivo c’è: la grande difficoltà di trovare un punto di equilibrio tra il bisogno dei lavoratori di recuperare la perdita del potere d’acquisto, determinata da due anni di rush dell’inflazione, che ha picchiato durissimo sul carrello della spesa e sui beni di largo consumo, e l’esigenza delle imprese di non perdere competitività in uno scenario di domanda interna debole e di crescenti barriere all’export.
Riuscirà la ‘nuova vita’ delle parti sociali a dare nuovo valore al lavoro e ad aumentare la produttività delle imprese? La partita è aperta.