La testata americana The Atlantic prova a rispondere analizzando le ambiguità di questo “grande esperimento sociale”.
Il 10 dicembre in Australia è entrato in vigore il divieto di accesso ai social media per i minorenni ed il governo ha illuminato il Sydney Harbour Bridge con lo slogan “Let Them Be Kids” (Lasciateli essere bambini), per restituire con un messaggio forte a livello nazionale, il significato ultimo di questa legge.
La testata americana The Atlantic si chiede se veramente questa misura otterrà gli effetti sperati.
La motivazione del divieto
Il governo australiano ha giustificato questa misura con l’idea che allontanare i ragazzi dai social media renderà le loro vite “più sane e felici”. La Commissaria per la sicurezza online, Julie Inman Grant, ha spiegato che il divieto mira innanzitutto a proteggere i giovani dai pericoli online: adescamenti, cyberbullismo, violenza, chat sessualizzate e deepfake, “algoritmi manipolatori” e “funzionalità predatorie”, entrambi responsabili dell’uso compulsivo delle piattaforme.
Un esperimento sociale globale
L’Australia è il primo paese a implementare un divieto di questa portata, e diverse altre nazioni, tra cui gli Stati Uniti, stanno valutando misure simili per contrastare gli effetti negativi dei social media come isolamento sociale, ansia, depressione e riduzione della qualità del sonno e dei legami interpersonali.. Il Primo Ministro Anthony Albanese ha dichiarato, parlando all’ONU, che “il mondo starà guardando”. Tuttavia, rimane il dubbio su come l’Australia valuterà se il divieto avrà effettivamente successo.
La sfida della valutazione
L’ufficio della Commissaria Inman Grant ha istituito un gruppo di consulenti scientifici che monitorerà gli effetti del divieto nei prossimi due anni sotto la guida Jeff Hancock, esperto di social media alla Stanford University, ma i dettagli su come verrà effettuata la ricerca non sono stati ancora resi pubblici. Susan Sawyer, professoressa di pediatria all’Università di Melbourne, che fa parte del gruppo, ha ammesso che ci vorranno ancora alcuni mesi prima di rendere noti i primi risultati.“L’’esposizione attuale dei bambini ai social media è già un esperimento sociale, e la risposta che il governo australiano sta dando è un ulteriore esperimento sociale” ha spiegato Sawyer.
Monitorare gli effetti è molto difficile perché i teenager australiano sono di fatto un gruppo eterogeneo che comprende coloro che hanno già un’esperienza consolidata sui social, chi non li ha mai frequentati, chi aggirerà il divieto, anche con la complicità dei genitori, e chi rispetterà la legge, ma solo temporaneamente. L’ufficio della Commissaria ha promesso di fornire i dati sull’efficacia del divieto nel tenere i ragazzi lontano dai social media prima di Natale.Ogni piattaforma ha dovuto dichiarare come intende evitare che i minorenni accedano ai loro servizi, per esempio verificandone l’età – il social X (ex Twitter), per esempio, ha affidato questo utente al Chatbot AI Grok, considerato poco affidabile -, ma molti giovani potrebbero trovare modi per aggirare le restrizioni.
In seguito, i ricercatori cercheranno di individuare eventuali cambiamenti comportamentali. “Alcuni cambiamenti sono facili da misurare nel breve termine”, ha spiegato Jeff Niederdeppe, esperto di comunicazione alla Cornell University. Se i ragazzi iniziano a dormire meglio o passano più tempo all’aperto, potrebbe essere un segnale positivo. Tuttavia, fenomeni complessi come ansia, depressione o performance scolastiche richiederanno più tempo per essere analizzati e sarà difficile attribuirli direttamente al divieto.
Analisi complessa e a lungo termine
Un altro problema riguarda l’impossibilità di creare un gruppo di controllo ben definito. Niederdeppe ha sottolineato che sarebbe ideale disporre di dati sui ragazzi che usavano i social media in modo intenso prima del divieto e vedere se questi ragazzi registrano cambiamenti significativi. Tuttavia, il confronto tra i gruppi di adolescenti australiani e quelli di altri paesi è problematico, poiché le differenze culturali e sociali sono enormi.
Candice Odgers, professoressa di psicologia all’Università della California, ha espresso preoccupazioni simili riguardo alla difficoltà di fare comparazioni tra paesi. “I bambini in Norvegia sono diversi da quelli in Australia per mille motivi”, ha detto. “Spero che non si segua questa strada, ma temo che lo si farà”. Se il divieto dovesse avere impatti positivi significativi, provarlo richiederà anni. Odgers teme che, in attesa dei risultati, i politici potrebbero “dichiarare vittoria basandosi solo su prove aneddotiche”, come è già accaduto con i divieti di telefoni nelle scuole. Inoltre, vanno monitorati anche gli effetti non intenzionali, come la maggiore attrattività dei social media o il deterioramento del rapporto tra genitori e figli, soprattutto per gruppi vulnerabili come i teenager LGBTQ+.
In conclusione, mentre il divieto australiano è una risposta sperimentale all’evidenza dei pericoli dei social, – che in realtà non sono stati misurati su base scientifica -, il suo successo dipenderà non solo dalla sua capacità di ridurre i danni dei social media, ma anche dalla capacità di raccogliere e interpretare dati su un fenomeno complesso e in continua evoluzione.












