La cultura di destra ‘’senz’anima’’ piace alla Meloni

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Alle polemiche fra gli intellettuali di destra sulla incapacità di contrapporsi all’occupazione culturale della sinistra, la premier rivendica uno spazio di libertà dalle ‘’egemonie’’ del passato.


‘’Se la destra si scopre senz’anima’’ titola un editoriale di Massimo Giannini su ‘’La Repubblica’’, chiedendosi, come il giornalista-scrittore di destra, Marcello Veneziani in un articolo su ‘’La Verità’’, dov’è la vera ‘’egemonia culturale’’ di questa destra al potere, che sembra appagata solo dall’averlo raggiunto, limitandosi a una gestione burocratica o a nomine che non riflettono un progetto ideale profondo.
Alla critica di Veneziani aveva risposto prontamente il collega giornalista e ministro della cultura, Alessandro Giuli, rivendicando i meriti dell’azione di governo e accusando certi intellettuali, come Veneziani, di “impazienza” o di restare isolati in una torre d’avorio, senza confrontarsi con la realtà. Mentre lo storico Franco Cardini, anch’egli di destra, ha dato ragione a Veneziani definendo la cultura dell’attuale destra “a encefalogramma piatto” e sostenendo che ci si limita troppo a riferimenti simbolici ripetitivi (come Tolkien) senza produrre nuovi contenuti originali.
Di fatto secondo alcuni osservatori queste polemiche evidenziano una frattura interna al mondo intellettuale conservatore che ci sarebbe da tempo e che ora ha raggiunto l’apice con la Manovra 2025. Sono stati infatti apportati tagli significativi al Ministero della Cultura, stimati intorno al 14%, indebolendo la narrazione governativa sulla “centralità della cultura”.
Oltre ai tagli al bilancio sono emerse anche le tensioni per il ritardo di alcune nomine direttoriali ai Musei e per la scarsa attenzione alla crisi del cinema. Anche la Biennale di Venezia, guidata dal giornalista-scrittore di destra, Pierangelo Buttafuoco, non è stata esente da critiche per la gestione dell’ultima Mostra del Cinema e alcune nomine, come quella di Beatrice Venezi al Teatro ‘’La Fenice’’, col doppio ruolo di consulente e artista. 
Per contro il popolare obbiettivo di scardinare la cosiddetta ” egemonia culturale della sinistra”, è stato persino deriso dal filosofo Massimo Cacciari, secondo il quale il governo soffrirebbe di un “complesso di inferiorità” ingiustificata e le battaglie del ministro Giuli sarebbero anacronistiche, dato che un’egemonia culturale strutturata di sinistra oggi non esisterebbe più.

Spariglia le carte la stessa Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha più volte rilevato che la sinistra italiana non ha mai detenuto una vera “egemonia culturale”, bensì un’egemonia di potere, occupando i posti di vertice negli enti culturali, nell’università e nel cinema, emarginando chiunque avesse opinioni diverse.

L’obbiettivo dichiarato del governo Meloni sarebbe ora quello di costruire un sistema basato sul merito individuale, anziché sull’appartenenza politica o sulla “tessera di partito”, anche se finora questa linea non sembra sia stata ancora molto seguita dai membri del suo esecutivo. In particolare Meloni ha denunciato anche i tentativi di “cancellare la storia” (come nel caso del Columbus Day), ribadendo la centralità dei valori cristiani e della famiglia tradizionale come fondamenta della cultura italiana.
Alle accuse di una destra “senza anima” o troppo concentrata sulle nomine, la premier risponde che la “cultura di destra” non ha niente a che fare con una nuova forma di indottrinamento per sostituirlo a quello della sinistra, ma punta piuttosto ad essere proprio uno spazio di libertà dalle egemonie passate, ancorata ai valori del conservatorismo nazionale e della tradizione occidentale. 
Difensore dell’operato governativo e come mediatore dei conflitti interni non si sottrae ad intervenire Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e figura chiave nell’attuazione del programma del Governo Meloni. In particolare Fazzolari ha definito “del tutto inventate” le voci di contrasti riguardo alla gestione del Ministero della Cultura, accusato di non avere una linea chiara, ribadendo una “grande stima” per il ministro Giuli.  
Come la premier anche il suo sottosegretario tiene a sottolineare che una nuova egemonia culturale di destra non va considerata un’imposizione, ma come un ritorno al pluralismo e al merito, contrapposto al passato di occupazione ideologica da parte delle opposizioni. In quest’ottica le polemiche culturali sono considerate solo come “fantasmi”, evocati per coprire i fallimenti delle opposizioni o come un attacco strumentale della sinistra alla sovranità e all’identità del governo Meloni, che però non deve tardare, rilevano alcuni osservatori, a passare dalle parole ai fatti.
Intanto è polemica anche per la candidatura di Massa a Capitale della cultura 2028. Il noto musicista e scrittore massese, docente di storia e filosofia, Marco Rovelli, su ‘’La Nazione’’ attacca il progetto dell’amministrazione comunale, che avrebbe come deus ex machina, il parlamentare di Fratelli d’Italia, Alessandro Amorese, vicino al ministro Giuli. Secondo Rovelli si rischia di cancellare ‘’una storia umana fatta di sudore e di sangue, la storia della costruzione di una comunità attorno a dei valori comuni radicati in una ben determinata materialità quotidiana, sostituendoli con elementi di un immaginario fantasy fatto di liguri-apuani e monti della luna’’.
Sono diversi gli ambasciatori che hanno aderito al progetto di Massa condividendone le motivazioni: Andrea Bocelli e Zucchero Fornaciari con la figlia Irene, Alice Mariani e Alen Bottaini, Gigi Buffon e Francesca Piccini e ancora Fabio Vullo, Roberto Mussi e Cristiano Zanetti, Gabriele Lavia, Agnese Pini, Giorgio Giuseppini, Marco Vichi e Vito Tongiani.
Il sindaco di Massa ha spiegato che si tratta di una  proposta culturale che nasce dalla geografia e dalla storia: Massa infatti è una città sospesa tra mare e montagne, luogo d’incontro tra Tirreno e Apuane, crocevia di civiltà che si intreccia con i comuni della costa, con Montignoso, Carrara, la Lunigiana e Luni.
Per questo l’identità di Massa sarà raccontata attraverso due simboli potenti. La pietra, modellata nei secoli nelle pievi, nei castelli, nei borghi fortificati, e la luna, simbolo di creatività.
La candidatura di Massa, spiegano, è un’esperienza di governance condivisa con i Comuni, gli enti culturali, le realtà sociali ed economiche, le associazioni, i cittadini: il Comune ha raccolto oltre 200 progetti.