Ieri sera Medici Senza Frontiere (MSF), l’organizzazione umanitaria medica internazionale, ha trasmesso sul proprio canale YouTube un incontro dal titolo “MSF a Gaza: parliamone insieme”, in cui sono intervenuti: Monica Minardi, la Presidente di MSF Italia, Maurizio Debanne, il Capo Ufficio Stampa e, direttamente da Gaza, due responsabili medici, Chiara Lodi e Roberto Scaini. Il dibattito ha permesso di spiegare a chi sostiene l’organizzazione cosa sta succedendo in questa area di conflitto.
Quadro attuale
A Gaza la crisi umanitaria resta drammatica e senza reali segnali di miglioramento, nonostante il cessate il fuoco. MSF continua a operare in condizioni estreme, ma il futuro delle sue attività nella Striscia e in Cisgiordania è a rischio, perché, senza una nuova registrazione da parte delle autorità israeliane, l’organizzazione potrebbe essere costretta a lasciare i Territori occupati dal 1° marzo.
MSF respinge con forza le accuse mosse da Israele, che parla di una presunta “delegittimazione dello Stato” attraverso le testimonianze dell’organizzazione e, ancor più gravemente, di presunti legami tra il suo staff e gruppi armati. «Sono accuse completamente infondate», ha ribadito la presidente di MSF Italia, Monica Minardi, sottolineando come l’organizzazione non assuma mai consapevolmente persone affiliate a gruppi armati e mantenga una separazione totale tra attività mediche e qualsiasi attore militare.
Gaza City: “una situazione apocalittica”
Dal nord della Striscia, Gaza City, il medico Roberto Scaini parla di una situazione di distruzione totale e bisogni fuori scala. «Ho cercato per due mesi un aggettivo. Forse quello che si avvicina di più è apocalittica», spiega. Chilometri di edifici rasi al suolo sono oggi abitati da persone che “sopravvivono” tra le macerie, senza ripari adeguati, acqua né elettricità. Le cliniche MSF restano aperte e operative: cure di base, assistenza ai feriti, medicazioni quotidiane. «È come cercare di asciugare il pavimento con il rubinetto aperto», dice Scaini, descrivendo l’impossibilità di stare al passo con l’enorme numero di pazienti. «Fa arrabbiare il fatto che tutto quello che vediamo ogni giorno non solo è stato voluto, ma è stato anche consentito».
Oggi MSF contribuisce al funzionamento di un letto ospedaliero su cinque nella Striscia di Gaza e segue circa un terzo dei parti. Nel solo 2025 ha garantito 800 mila consultazioni mediche, realizzato quasi 23 mila interventi chirurgici e assicurato acqua potabile a circa mezzo milione di persone.
Sud della Striscia: tendopoli e malnutrizione
Nel sud, a Khan Younis, la situazione è altrettanto critica perché vi si concentra una vasta popolazione sfollata, ammassata in tendopoli lungo la costa. «C’è una tenda sopra l’altra, manca tutto: acqua, igiene, privacy», racconta Chiara Lodi, operatrice MSF al Nasser Hospital, che, pur colpito in passato da attacchi, è oggi un punto di riferimento fondamentale per maternità, pediatria e neonatologia. La malnutrizione resta un problema grave: anche se in questo momento entra più cibo nella Striscia, resta inaccessibile per molti a causa dei costi e dell’assenza di lavoro. “Vediamo neonati che sembrano non poter arrivare a domani e che invece, dopo due settimane di cure, escono dall’ospedale in braccio alle madri, paffuti. Sono storie che ti riempiono il cuore”.
Accanto a queste, emergono le conseguenze a lungo termine della guerra: pazienti con fissatori esterni, paralizzati che vivono in tenda, ferite croniche e piaghe da decubito. “Sono cure che dureranno anni”, avverte Lodi.
Accuse, registrazione e rischio espulsione
MSF opera nei Territori palestinesi dal 1989, ma oggi la nuova normativa israeliana sulla registrazione delle ONG impone requisiti che l’organizzazione giudica incompatibili con la sicurezza del proprio staff, come la richiesta di dati personali completi del personale locale. “In un contesto in cui 15 nostri colleghi palestinesi sono stati uccisi, non possiamo consegnare informazioni senza sapere come verranno usate”, ha spiegato la direzione.
Minardi colloca le accuse in un quadro più ampio di attacchi alle realtà umanitarie: “Se descrivere quello che vediamo – crimini di guerra, distruzione deliberata del sistema sanitario – dà fastidio, la responsabilità non è di chi testimonia, ma di chi quei crimini li compie”.
Neutralità non è silenzio
Alla domanda se una linea meno esplicita avrebbe facilitato la prosecuzione delle attività, MSF risponde rivendicando la propria identità. “La neutralità non significa silenzio” chiarisce Minardi, sottolineando che “la neutralità è il principio che ci permette di raggiungere il paziente”. “Il silenzio è una scelta attiva. E per noi, come medici, testimoniare fa parte dell’etica della cura” conclude la Presidente.
Le conseguenze di un’eventuale uscita
Se MSF e altre ONG dovessero essere costrette a lasciare Gaza, l’impatto sarebbe devastante per i due milioni di civili che abitano la Striscia. “Oggi non copriamo nemmeno una minima parte dei bisogni reali. Toglierci significherebbe peggiorare drasticamente una situazione già insostenibile”, spiegano gli operatori.
MSF continuerà a negoziare, a fare pressione diplomatica e a raccontare quanto accade sul terreno. «Non vogliamo immaginare uno scenario senza aiuti umanitari», conclude Minardi. “Ma sappiamo che senza cure, senza testimoni, a scomparire sarebbe prima di tutto il diritto fondamentale alla salute”.
Foto (YouTube): Monica Minardi, presidente Medici Senza Frontiere












