L’Unione europea ha deciso di passare all’attacco. La Commissione ha aperto una nuova indagine formale contro X, la piattaforma social di Elon Musk, per verificare il rispetto degli obblighi previsti dal Digital Services Act. Al centro dell’attenzione c’è Grok, l’intelligenza artificiale integrata nel social, accusata di non aver impedito in modo efficace la creazione e la diffusione di deepfake sessuali, inclusi contenuti che potrebbero configurarsi come materiale di abuso di minori.


La vicepresidente della Commissione, Henna Virkkunen, non ha lasciato spazio a interpretazioni ambigue. I deepfake sessuali non consensuali rappresentano una forma violenta e inaccettabile di degradazione dei diritti fondamentali, ha dichiarato. L’obiettivo dell’indagine è chiarire se X abbia trattato la tutela di donne e minori come un costo accessorio del proprio modello di piattaforma, anziché come un obbligo giuridico primario.
La pressione su Grok non arriva solo da Bruxelles. Nel Regno Unito l’autorità di regolazione Ofcom ha avviato un’inchiesta parallela, mentre diversi Paesi asiatici hanno temporaneamente limitato o bloccato l’accesso alla funzionalità, segnalando rischi concreti per la sicurezza online. In più casi, utenti sono riusciti a utilizzare l’intelligenza artificiale per generare immagini sessualmente esplicite di persone reali senza consenso, mettendo in discussione l’effettiva tenuta delle misure di salvaguardia dichiarate.
L’indagine europea, tuttavia, va oltre la semplice produzione di contenuti illeciti. La Commissione intende verificare anche il funzionamento dei sistemi di raccomandazione basati su Grok, cioè quei meccanismi che determinano quali contenuti vengono amplificati, normalizzati e resi visibili su larga scala. È un’estensione del procedimento già avviato nel dicembre 2023 per valutare l’efficacia delle misure adottate da X contro la diffusione di contenuti illegali.

Sul piano regolatorio, il caso è emblematico. Formalmente l’azione si muove nel perimetro del DSA, che impone alle piattaforme obblighi stringenti di prevenzione e mitigazione dei rischi sistemici. Ma sullo sfondo emerge il nodo irrisolto dell’intelligenza artificiale generativa: una tecnologia che non è ancora pienamente disciplinata dall’AI Act quando viene integrata in ecosistemi social già esistenti. In altre parole, Bruxelles non contesta l’algoritmo in sé, ma la responsabilità della piattaforma che lo distribuisce e lo rende operante.
La Commissione si è riservata ampi poteri investigativi, dalla richiesta di documentazione tecnica alle ispezioni, fino all’adozione di misure provvisorie immediate. In caso di violazioni accertate, le conseguenze potrebbero essere significative, con sanzioni economiche rilevanti e obblighi di conformità rafforzati.
Il caso Grok segna così un possibile punto di svolta. Non tanto nella regolazione dell’IA in astratto, quanto nel modo in cui l’Europa intende governare l’incontro tra intelligenza artificiale e grandi piattaforme digitali. Un precedente destinato a pesare ben oltre i confini dell’Unione.


















