Mark Zuckerberg (Foto LaPresse)

Social e minori, Zuckerberg si scusa: il filtro per i più giovani non ha funzionato

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Mentre cresce l’attenzione politica sui divieti di accesso ai social per gli under16, il fondatore di Fb ha testimoniato a Los Angeles in un processo intentato proprio contro diverse piattaforme accusate di causare dipendenza tra i giovanissimi

A due anni dalle scuse pubbliche, in un’aula del Senato americano, alle famiglie di ragazzi morti suicidi a causa dei social media Mark Zuckerberg torna a rispondere dei danni che le piattaforme da lui create o acquistate possono provocare sui giovani.
Questa volta, però, in un’aula di tribunale, a Los Angeles, in un processo storico che potrebbe creare un importante precedente per migliaia di future cause.

Zuckerberg si è scusato per il fatto che il filtro di Instagram per individuare e quindi limitare l’accesso ai minori di 13 anni non abbia funzionato.
Invitato a commentare le lamentale provenienti anche dall’interno dell’azienda, secondo cui non si sta facendo abbastanza, ha affermato che sono stati apportati miglioramenti. Ma “avrei voluto che ci fossimo riusciti prima”.

Il caso

A portare il miliardario tech in tribunale, una ventenne californiana Kaley G.M., fortemente coinvolta nell’uso dei social media fin da quando aveva solo sei anni. Lei e la madre hanno accusato Fb, Youtube, Instagram, Tiktok e Snapchat di essere state progettate per incoraggiare un consumo incontrollato da parte dei giovani utenti di Internet, a scapito della loro salute mentale.

Il processo è iniziato una settimana fa e durerà diverse settimane. Meta e Google devono dimostrare che le loro piattaforme, usate da miliardi di persone in tutto il mondo, sono sicure e che non sono state consapevolmente create per causare dipendenza tra i più vulnerabili come bambini, adolescenti, giovani adulti.
Nel mirino anche il modello di business e della pubblicità di Meta che dipende da parametri quali la durata della permanenza degli utenti sulle piattaforme.TikTok e Snapchat hanno raggiunto un accordo poco prima dell’inizio del processo, i cui termini non sono stati resi pubblici.

La difesa di Meta

Durante la sua testimonianza di qualche giorno fa, il capo di Instagram Adam Mosseri si è difeso arrivando ad affermare che trascorrere 16 ore al giorno sulla app non è sintomo di “dipendenza”.
Il manager ha insistito che Instagram si impegna molto per proteggere i giovani che utilizzano il servizio e ha affermato che “non è positivo per l’azienda, a lungo termine, prendere decisioni che ci procurano profitti ma che sono dannose per il benessere delle persone”.
Gli avvocati di Meta dal canto loro hanno sostenuto che “i problemi di Kaley” non sono stati causati da Instagram ma da altri “fattori” nella sua vita”. Uno di questi, Paul Schmidt, ha affermato nella sua dichiarazione di apertura che l’azienda non contesta che la giovane abbia avuto problemi di salute mentale, ma piuttosto che la piattaforma abbia avuto un ruolo sostanziale in tali problemi. Il legale ha anche fatto riferimento a cartelle cliniche che mostravano una vita familiare turbolenta, accusando Kaley di essersi rivolta contro Meta “come meccanismo di difesa o come mezzo per sfuggire ai suoi problemi mentali”.

Divieti all’attenzione dei governi

Sempre più Paesi nel mondo si stanno adoperando per limitare l’uso dei social media da parte dei giovani. L’Australia, alla fine dell’anno scorso, ha introdotto un divieto per i minori di 16 anni di accedere alle piattaforme. In Europa vari paesi si stanno muovendo in questa direzione, come Gran Bretagna, Danimarca, Francia, Spagna e Germania.