Con un’intervista di Gabriele Carrer a David Petraeus, Linkiesta inaugura Strategikon, la testata verticale dedicata alla sicurezza nazionale nell’era delle minacce ibride. Presentato non come un semplice spin-off tematico, ma un progetto editoriale che punta a tradurre i grandi rischi globali in impatti concreti sulla vita del Paese, coinvolgendo istituzioni, imprese, comunità locali, società civile e mondo accademico.
Strategikon, nelle intenzioni del direttore de Linkiesta Christian Rocca, nasce per trasformare la sicurezza «da discorso tecnico-istituzionale a tema nazionale condiviso, informato e democratico». Il perimetro è volutamente ampio: difesa, intelligence, cybersicurezza, ma anche sicurezza energetica, infrastrutture critiche, disinformazione, innovazione tecnologica. Un approccio “whole-of-society” che riflette la natura stessa delle minacce contemporanee, sempre più ibride e trasversali.
Secondo Petraeus, ciò a cui assistiamo oggi in Ucraina è «il futuro della guerra»: un conflitto sempre più unmanned, pilotato e guidato a distanza. Il fronte, spiega, non è più la lunga linea di trincee dei primi anni, ma un mosaico di piccoli avamposti immersi in una sorveglianza onnipresente di droni. I numeri colpiscono: tra 9.000 e 10.000 droni utilizzati ogni giorno dagli ucraini, con una letalità tale da trasformare vaste porzioni del campo di battaglia in vere e proprie “kill zone” estese per decine di chilometri.
Non si tratta solo di droni aerei. Petraeus descrive un ecosistema di sistemi senza equipaggio che investe terra e mare: veicoli telecomandati per rifornimenti ed evacuazioni, piattaforme armate, droni navali capaci di colpire unità della flotta russa nel Mar Nero. Il tutto intrecciato con una guerra elettronica permanente, combattuta disturbando GPS, collegamenti satellitari e reti di comando.
Dentro questa trasformazione tecnologica, Petraeus individua anche una possibile conseguenza strategica di lungo periodo: quando le armi taceranno, l’Ucraina potrebbe diventare un vero «arsenale della democrazia» per l’Occidente. Un Paese che non solo combatte, ma innova, produce e aggiorna sistemi con una velocità che sorprende gli stessi alleati.
Da qui deriva, nella sua analisi, il nesso tra tecnologia, strategia e politica. Sostenere Kyjiv non è soltanto una scelta valoriale, ma un imperativo strategico. «Gli ucraini stanno combattendo anche la nostra guerra», afferma Petraeus, sottolineando il rischio che un’eventuale vittoria russa possa incoraggiare ulteriori mosse revisioniste nello spazio post-sovietico e persino ai confini Nato.
Un altro passaggio centrale riguarda l’economia russa. Petraeus insiste sulla fragilità strutturale del sistema di Mosca – inflazione, valuta debole, crescita stagnante – e sulla funzione cruciale delle sanzioni, in particolare nel colpire le entrate energetiche e la cosiddetta “flotta ombra”. La pressione economica, combinata con il sostegno militare e con il rafforzamento delle difese ucraine contro missili e droni, potrebbe modificare nel tempo il calcolo strategico del Cremlino.
Tema inevitabile, quello delle garanzie di sicurezza. Petraeus non si concentra tanto sulle formule diplomatiche quanto sulla credibilità dei meccanismi di deterrenza: impegni automatici, reazioni immediate in caso di violazioni, costi certi per chi rompe una tregua. È la logica della dissuasione trasposta nell’architettura politico-economica.
Infine, Petraeus allarga il ragionamento oltre l’Ucraina, richiamando un principio di leadership strategica che vale tanto per la guerra quanto per la competizione tra grandi potenze: avere le idee giuste, comunicarle, attuarle e adattarle continuamente. Non solo una “surge di forze”, ma una “surge di idee”.
L’editoriale di Christian Rocca
Esattamente quattro anni fa, un giorno prima dell’invasione russa dell’Ucraina di cui domani ricorre il quarto tragico anniversario, i giornali e i talk show spiegavano con una sicumera grottesca e connivente che la Russia non avrebbe mai attaccato l’Ucraina e che le operazioni di guerra evidenti a occhio nudo fin dal novembre precedente erano soltanto un’illusione ottica creata dalla solita propaganda americana.
Quando il 24 febbraio 2022, i carri armati di quella stessa Armata Rossa che una parte della nostra politica aveva fatto sfilare in Italia durante il Covid hanno effettivamente invaso l’Ucraina, i medesimi giornalisti ed esperti di geopolitica che avevano escluso l’intervento armato, anziché andarsi a nascondere per l’imbarazzo, hanno continuato a pontificare sugli stessi quotidiani e sulle stesse televisioni a proposito di un’operazione speciale che loro non avevano visto ma che certamente si sarebbe conclusa in pochi giorni, poi diventati settimane, mesi e ora giunti a quattro anni, accusando sempre la Nato, l’Occidente e l’Europa di non volere la pace al contrario del notorio pacifista Putin, poi confortato dal sostegno del mancato Nobel Trump.
Questi saltimbanchi del Cremlino sono stati i maghi del Cremlino che ci potevamo permettere, e si sono resi ancora più miserabili e infami nel considerare i partigiani ucraini che resistevano all’invasore russo come un’entità astratta, disumanizzata, manovrata da forze esterne, e combattente per conto terzi.
Non contenti di coprirsi di ridicolo, di ripetere la propaganda russa, di negare l’evidenza, di accusare la Nato, l’Occidente e la stessa Ucraina, e mai l’invasore imperialista russo, e forti di aver sbagliato tutte le previsioni di quella che per loro non era una guerra, questi volenterosi complici di Putin hanno continuato, e lo fanno tutt’ora, a negare che l’attacco all’Ucraina sia stato un attacco all’Europa e alla democrazia liberale e che gli ucraini stiano combattendo per la loro libertà e indipendenza, ma anche per la nostra.
Allo stesso modo, hanno inquinato il dibattito pubblico e negato che la Russia, fin dalla Brexit e dalle elezioni presidenziali americane e dal referendum italiano del 2016, ha attaccato con forme di guerriglia ibrida anche i processi democratici occidentali, fomentando il caos, la disinformazione e la disaffezione per i sistemi di governo liberali.
Ci siamo difesi come abbiamo potuto da tutta questa melma, grazie alle istituzioni europee, ai governi dei principali paesi dell’Unione, compresa l’Italia di Mario Draghi e di Sergio Mattarella, e con qualche ambiguità recente anche di Giorgia Meloni, e soprattutto grazie agli Stati Uniti finché c’è stato Joe Biden alla Casa Bianca.
Sul fronte dell’informazione italiana siamo stati in pochi a resistere: oltre a Linkiesta, a tenere il punto ci sono stati soltanto il Foglio e soprattutto la Repubblica di Maurizio Molinari con cui Linkiesta ha organizzato la prima manifestazione pubblica a favore dell’Ucraina il 13 marzo 2022 al Teatro Parenti di Milano.
Ogni giorno da quattro anni riceviamo insulti e contumelie, e diffamazioni, da bot russi e da deficienti italiani, ma non abbiamo mai smesso un momento di raccontare l’attacco russo alla democrazia liberale per quello che è, e non ci siamo mai stancati di sostenere in tutti i modi possibili la favolosa resistenza ucraina, facendo parlare gli ucraini, raccontando le loro storie, facendo conoscere i suoi scrittori, diffondendo la sua cultura, portando solidarietà personale in Ucraina, raccogliendo fondi per la resistenza e per i civili, organizzando mostre, pubblicando libri, dedicando numeri speciali dei nostri magazine e giornali di carta alla causa ucraina, e anche ospitando un quotidiano digitale in lingua ucraina chiamato Slava Evropi.
Ieri eravamo in piazza con i formidabili ragazzi della comunità ucraina di UaMi, domani saremo a Roma per ribadire che Ucraina e Difesa dell’Europa sono sinonimi. Ogni giorno ringraziamo gli ucraini per tutto quello che stanno facendo.
Gli ucraini non si arrenderanno mai ai loro torturatori e vogliono vivere liberi come gli europei, e noi non possiamo che continuare a sostenerli con il nostro impegno quotidiano. Ma non basta. Ormai è chiaro che l’attacco al mondo libero, all’Europa e all’Italia è in corso, e lo abbiamo dimostrato quotidianamente con le inchieste di Massimiliano Coccia sull’infiltrazione russa.
Vogliamo fare ancora di più in questa battaglia culturale e giornalistica, e per questo oggi, proprio alla vigilia del quarto anniversario dell’aggressione russa, nasce Strategikon, il nostro quotidiano sulla sicurezza nazionale nell’era delle minacce ibride.
Strategikon prende il nome da un antico manuale di strategia del VI secolo. Millecinquecento anni dopo, Strategikon ogni giorno offrirà notizie, analisi e commenti sulla principale questione del nostro tempo, a cura della redazione di Linkiesta e di nuovi collaboratori e analisti che racconteranno le questioni legate alla sicurezza del paese e dell’Europa non solo dal punto di vista militare o di intelligence, ma come un ecosistema che coinvolge l’intera società, a partire dalla sicurezza energetica e dalla protezione delle fonti di approvvigionamento, fino alle scelte politiche e all’innovazione delle aziende che garantiscono servizi e infrastrutture essenziali. Seguite Strategikon, diffondetelo, iscrivetevi alla newsletter settimanale di Gabriele Carrer e, se potete, dateci anche una mano.











