Joseph Stiglitz, Henry Schwalbenberg, Stefan Dercon e Pierre de Lauzun dialogano con Papa Leone XIV sull’Osservatore Romano
‘Atlante’ è il luogo di approfondimento tematico all’interno de L’Osservatore Romano, un inserto di quattro pagine del quotidiano — “Cronache di un mondo globalizzato”, recita la sottotestata. Il 20 febbraio, per la Giornata mondiale della giustizia sociale, il dossier ha assunto un peso specifico diverso, perché al centro c’è un tema decisivo: le dinamiche dell’economia globale lette alla luce della Dilexi te affrontate da quattro firme capaci di segnare il dibattito internazionale, economisti come Joseph Stiglitz, Henry Schwalbenberg, Stefan Dercon e Pierre de Lauzun, messi a confronto diretto con la prima esortazione apostolica di Papa Leone XIV.

È un’operazione pensata e costruita nel tempo. Dopo la firma del documento papale, il 4 ottobre 2025 (pubblicato il 9 ottobre successivo), al Dicastero della Comunicazione si è scelto di non confinare l’esortazione nel circuito dell’esegesi ecclesiale, ma di valorizzare l’Osservatore e la sua capacità di approfondimento. “È nello stile dell’Osservatore”, spiega il direttore Andrea Monda, “portare il magistero del Papa anche fuori dal recinto dei cattolici, farlo diventare un seme che possa germogliare in tutti gli ambienti”. Da qui l’idea di chiedere commenti non solo a teologi e vescovi, ma anche a scrittori, laici, religiosi, intellettuali capaci di incrociare l’esortazione con le grandi questioni del presente.

Hanno risposto firme diversissime per sensibilità e provenienza. Lo scrittore e pedagogista italiano Eraldo Affinati ha portato il suo sguardo narrativo attento agli “ultimi”. Dall’America è arrivato uno dei contributi più sorprendenti: quello di William T. Vollmann, figura di primo piano della letteratura statunitense degli ultimi trent’anni, che ha costruito un vero e proprio “colloquio” con la Dilexi te, un dialogo serrato e partecipe con il testo pontificio. Dal mondo ecclesiale sono intervenuti anche padre John Luke Gregory, frate francescano della Custodia di Terra Santa; il cardinale Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago; e padre Stan Chu Ilo, teologo e intellettuale africano, professore di ricerca presso il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University di Chicago.

Il passaggio successivo, il più audace sul piano editoriale, è stato coinvolgere economisti di fama internazionale e chiedere loro di confrontarsi con un testo che considera la povertà una questione strutturale e universale: non fenomeno residuale, ma ferita che attraversa tutte le società. Nella Dilexi te, Leone XIV denuncia il moltiplicarsi delle disuguaglianze e l’emergere di nuove forme di esclusione, “più sottili ma altrettanto dannose”, richiamando con forza la concretezza dell’impegno: “Chi dice di amare Dio e non ha compassione per i bisognosi, mente”, scrive citando sant’Agostino. L’assistenza ai poveri diventa così prova della verità della fede e criterio di giudizio delle strutture economiche.
La redazione ha contattato diversi studiosi; alla fine sono stati scelti Stiglitz, Schwalbenberg e Dercon, ai quali si è aggiunto successivamente De Lauzun.
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001 ed ex Chief Economist della Banca Mondiale, è tra le voci più autorevoli e critiche nei confronti delle distorsioni della globalizzazione. Nel suo intervento parla apertamente della necessità di «sovvertire un sistema che blocca la crescita e lo sviluppo», sottolineando come le regole attuali del commercio e della finanza internazionale finiscano per intrappolare i Paesi più poveri in una spirale di debito e dipendenza. La sua analisi non si limita alla denuncia: invita a ripensare le istituzioni globali e i meccanismi di governance economica perché siano orientati all’equità.
Stefan Dercon, direttore del Centro per lo Studio delle Economie Africane alla Blavatnik School of Government e del Dipartimento di Economia dell’Università di Oxford, insiste sull’idea che una globalizzazione “a vantaggio dei poveri” non sia un esito automatico dei mercati, ma il frutto di scelte politiche e istituzionali. Senza leadership capaci di costruire istituzioni inclusive, scrive, la crescita rischia di rafforzare le disuguaglianze invece di ridurle.
Henry Schwalbenberg, direttore del ‘Pope Francis Global Poverty Report’ e del programma di laurea in Economia politica internazionale e sviluppo della Fordham University di New York, mette in relazione l’incontro concreto con i più bisognosi e la trasformazione dei sistemi economici: l’esperienza della povertà non è un tema astratto, ma un criterio che può cambiare priorità e modelli di sviluppo.
Pierre de Lauzun, presidente dell’Associazione francese degli economisti cattolici, riflette sul potere, ricordando che anche la finanza e i mercati possono essere “forza per il bene” se orientati da una responsabilità morale chiara e condivisa.
L’inserto “Atlante” diventa così uno spazio di confronto in cui il magistero pontificio non viene semplicemente spiegato, ma messo alla prova dentro le grandi dinamiche dell’economia globale. Unascelta editoriale che fa del giornale non solo uno strumento di informazione, ma un laboratorio culturale.
Invece di rivolgersi esclusivamente ai lettori già convinti, L’Osservatore Romano sceglie di misurarsi con le categorie dell’economia contemporanea. In un tempo in cui il dibattito sulla giustizia sociale rischia di restare prigioniero di slogan e contrapposizioni ideologiche, il quotidiano della Santa Sede vuoleessere luogo di elaborazione culturale. E far si che un documento del Papa non resti un testo per addetti ai lavori, ma diventi un catalizzatore capace di interrogare finanza globale, istituzioni internazionali e scelte politiche.












