Dubai, paradiso sotto le bombe, ha un enorme problema di immagine e reputazione

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Dubai è sotto attacco, ma sui social sembra vivere in un’altra dimensione. Mentre l’Iran lancia missili e droni contro gli Emirati, centinaia di influencer pubblicano video rassicuranti: spiagge, brunch, centri commerciali, vita normale. Una strategia che non nasce dal caso, ma da un sistema strutturato di comunicazione, incentivi economici e rigidi limiti alla libertà di informazione.

Secondo Repubblica, il governo degli Emirati ha emesso un avvertimento legale contro la diffusione di “voci e informazioni non verificate”, definendo reato la pubblicazione o la condivisione di contenuti provenienti da “fonti non accreditate”. Una stretta che mira a proteggere l’immagine della città proprio mentre circolano video di esplosioni e palazzi colpiti, ufficialmente descritti come “incidenti”.

La normalità come messaggio politico

Come raccontato dall’Huffington Post, lo sceicco Mohammed bin Zayed al‑Nahyan e il principe ereditario Hamdan bin Mohammed Al Maktoum sono apparsi al Dubai Mall per un caffè, in piena crisi. Un gesto studiato per comunicare stabilità.

Sui social, la stessa narrativa viene amplificata da creator come Carola De Prosperis (“depro”), che su TikTok parla di una città sicura, senza conferenze stampa o allarmi. Anche l’italiano Luis Salvi sostiene di sentirsi più protetto a Dubai che in Europa. I video seguono uno schema ricorrente: vita quotidiana, musica pop, e la domanda “Hai paura a vivere a Dubai?”. La risposta è sempre “No, so chi ci protegge”.

Accanto a loro, altri influencer mostrano piscine, orologi di lusso e minigolf.

Il vero timore: il danno reputazionale

Per Matteo Colombo, ricercatore del Clingendael Institute, il problema non è la sicurezza fisica, ma quella d’immagine: “Questa guerra rappresenta un danno reputazionale enorme”.

Dubai vive di turismo, investimenti e vantaggi fiscali. Per questo l’emirato ha costruito un ecosistema digitale imponente: il Dubai Media Council ha lanciato Creator HQ, un piano da 41 milioni di dollari per attirare 10 mila influencer, offrendo anche la Golden Visa. Oggi negli Emirati operano oltre 50 mila creator, per un mercato da 1,2 miliardi di dollari.

La censura come condizione implicita

Come sottolinea ancora Repubblica, la promozione dell’emirato ha un limite chiaro: non criticare il governo. Le norme sulla cyber‑sicurezza prevedono sanzioni anche per chi semplicemente ricondivide contenuti “non accreditati”.

La narrativa ufficiale deve restare uniforme, proprio mentre le immagini dei missili intercettati rischiano di incrinare il mito della città invulnerabile.

La voce degli expat: “Sereni, ma tutto può cambiare”

Italian Tech ha raccolto la testimonianza di Simone Ridolfi, italiano che vive tra Roma e Dubai: “La situazione è serena, ma tutto può cambiare. Non c’è panico, ma c’è meno gente in giro. Il governo si è sforzato molto per tranquillizzare tutti, anche per paura dei contraccolpi economici”.

Ridolfi aggiunge che la vera preoccupazione riguarda i turisti rimasti bloccati: “La vita qui costa, e rimanere bloccati è un problema”.

Fuga da Dubai: fino a 250.000 dollari per lasciare la città

Secondo il Financial Times, le evacuazioni private hanno raggiunto costi record: fino a 250.000 dollari per un volo verso Oman o Europa. Con gli aeroporti civili paralizzati e i premi assicurativi “rischio guerra” alle stelle, la città si divide tra chi può permettersi un jet privato e chi resta a guardare i video rassicuranti su Instagram.

Una guerra combattuta anche sul piano della narrazione

Come osserva il ricercatore Máté Szalai, molti messaggi puntano a mostrare l’autonomia militare delle monarchie del Golfo, come la capacità di intercettare i missili senza aiuti esterni. Un modo implicito per suggerire che la protezione degli Stati Uniti non è più una garanzia assoluta.

In un conflitto dove l’immagine vale quanto la forza militare, Dubai combatte la sua battaglia più importante: quella per restare la vetrina scintillante del Golfo, anche mentre il cielo si riempie di droni e intercettori.

Fonti: Huffington Post, la Repubblica, Italian Tech, Financial Times