“C’è una guerra che si combatte sul terreno in Iran o sui mercati energetici globali — tra missili, droni e petroliere — e ce n’è un’altra che si combatte nelle redazioni, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati nei titoli di prima pagina, nel modo in cui gli eventi vengono selezionati e raccontati. La seconda è già stata persa dagli Stati Uniti, si direbbe. Il tono dei notiziari è dominato dal pessimismo. Da una parte ci si può rallegrare: l’ultima volta che i media americani appoggiarono acriticamente un guerra fu nel 2003 con l’invasione dell’Iraq e rimediarono delle figuracce storiche: il New York Times spacciò per buone le bugie sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Oggi però viviamo la situazione rovesciata, in cui l’America e Israele sembrano collezionare solo disastri, e non è detto che questo ci aiuti a capire. Di sicuro, se questo è un termometro del «morale» di una nazione, gran parte dell’America ha già optato per la propria sconfitta”.
E’ quanto scrive Federico Rampini sul Corriere della Sera.
“Un commento apparso sul Wall Street Journal denuncia la deriva partigiana di una parte consistente dei media americani nella copertura della guerra contro l’Iran. Secondo gli autori, Mark Penn e Andrew Stein, la narrazione dominante privilegia sistematicamente le notizie negative per gli Stati Uniti e per Donald Trump, fino a costruire una percezione distorta del conflitto”.
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Come il Times, gran parte dei media sembra determinata a portare avanti una narrazione secondo cui Trump sbaglia su tutto e gli Stati Uniti stanno subendo una sconfitta per mano di una potente macchina bellica iraniana, capace di adattarsi con successo a una nuova leadership. I giornalisti hanno il diritto e il dovere di riportare le cattive notizie e di mettere in discussione resoconti troppo ottimistici del governo americano. Ma molti sembrano andare oltre, fino a tifare per una sconfitta dell’America — contro un nemico che è il principale mandante del terrorismo al mondo, ha ucciso migliaia di manifestanti disarmati ed ha accumulato migliaia di missili balistici mentre cercava di dotarsi di armi nucleari, che i suoi dirigenti hanno promesso di usare contro Stati Uniti e Israele. Sono in gran parte assenti perfino i più elementari articoli che analizzino le perdite iraniane e il destino della sua presunta leadership.
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Anche a destra ci sono giornalisti in guerra… contro la guerra. I casi più importanti sono Tucker Carlson e Megyn Kelly. Su quel fronte MAGA affiora l’antico antisemitismo di destra: la tesi per cui la potente lobby israeliana ha manipolato Trump costringendolo a intervenire in una guerra che corrisponde esclusivamente agli interessi di Tel Aviv. Curiosa dimenticanza su 47 anni di ostilità degli ayatollah contro l’America, costellate di veri e propri atti di guerra.
I giornalisti sono in buona compagnia: nel campo dei pessimisti abbondano gli esperti.
E tra i «cattivi» che ispirano Trump, nelle ricostruzioni dei media Usa ce n’è uno solo che può quasi ambire al ruolo malefico di Netanyahu: è il principe saudita Mohammed bin Salman. Secondo un retroscena del New York Times, il principe ereditario MbS avrebbe incoraggiato Trump a «colpire duramente» l’Iran, riprendendo una linea storica della leadership saudita — quella sintetizzata anni fa da suo padre nella formula «tagliare la testa del serpente». È una posizione coerente con la rivalità strategica tra Riad e Teheran, ma che nasconde una contraddizione. Gli stessi Paesi del Golfo che vedono nell’indebolimento dell’Iran un’opportunità strategica sono anche quelli più esposti alle conseguenze di una escalation.
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Da qui nasce l’ambiguità saudita: sostegno politico alla pressione sull’Iran, ma riluttanza a entrare direttamente nel conflitto. Una novità potrebbe presentarsi se si conferma il coinvolgimento saudita insieme ad altri paesi arabi del Golfo a partecipare a fianco degli americani a operazioni di sicurezza per riaprire Hormuz.
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Che i media americani esercitino spirito critico quando il proprio paese intraprende una nuova avventura militare, è doveroso e lodevole. Sarebbe stato utile esercitare lo stesso discernimento sotto precedenti presidenze. Barack Obama è stato molto più critico verso sé stesso di quanto lo siano stati i giornalisti: fu lui a riconoscere – dopo aver lasciato la Casa Bianca – di aver tradito il popolo iraniano all’epoca della «rivoluzione verde» (2009), quando in tanti scesero in piazza contro il regime e dall’America non ebbero il minimo appoggio, neppure politico e morale. Il capo del National Security Council di allora, Ben Rhodes, teorizzava che appoggiare i movimenti di protesta equivaleva a fornire argomenti alla propaganda degli ayatollah. I quali poterono procedere indisturbati nella feroce repressione mentre Obama si girava dall’altra parte.
Federico Rampini (Foto Ansa)











