Protagonista di una lezione speciale, il direttore della Mostra affronta con gli studenti dello Ied di Milano la rivoluzione tecnologica, il ruolo cruciale delle rassegne cinematografiche come quella del Lido e i cambiamenti dell’industria. “Non capisco perché la Warner abbia deciso di vendere”
“Un film girato interamente con l’intelligenza artificiale? Da quest’anno li accettiamo, ho fatto una piccola modifica al regolamento”. Alberto Barbera, classe 1950, sorprende gli studenti dello IED di Milano aprendo a uno dei temi più caldi dell’industria audiovisiva.
Ospite della masterclass organizzata da OffiCine-IED e IED Cinema, il direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – ci tiene a sottolineare che sia l’unico Festival a non chiamarsi semplicemente così, è un’estensione della Biennale – ha dialogato con i presenti in un confronto diretto tra chi di mestiere osserva e giudica il cinema globale e chi invece si prepara a entrarvi, raccontando senza filtri oltre 40 anni di carriera e i cambiamenti in atto.
Ad applaudirlo tra il pubblico autori, registi e grandi nomi del cinema come Silvio Soldini e Italo Petriccione.
Barbera ha chiarito subito la sua posizione sull’intelligenza artificiale: “Non è sufficiente che un film sia tecnicamente perfetto. Deve passare un messaggio originale, un contributo, il senso dell’uomo dietro la macchina”. Un’affermazione netta, che accompagna la scelta concreta di accettare alla Mostra, da quest’anno, film realizzati con l’AI.
Allo stesso tempo, ribadisce che non crede che la tecnologia soppianterà completamente il lavoro umano nell’industria cinematografica: “ci sarà sempre bisogno di persone con gusto, talento e competenze specifiche”.

Come è cambiato il cinema
Al centro della lezione, la storia e il ruolo dei festival, iniziati proprio con Venezia nel 1932, ancora oggi tra le kermesse più importanti. “È cambiata la fruizione del cinema, non più nelle sale, ma sono convinto che si consumino più immagini che nel passato, solo in modo diverso”, ha spiegato Barbera.
Anche il concetto stesso di film andrebbe rivisto, si va via via riducendo la differenza tra film prodotto per il cinema, per la televisione, le serie tv. E poi sono venuti meno molti strumenti di promozione, io stesso oggi non so che cosa programmino al cinema, devi andare a cercartelo su Internet”, ha aggiunto, evidenziando come i festival rappresentino “uno strumento formidabile e meno costoso per un certo
cinema d’autore, che ha più bisogno di essere sostenuto e promosso”.
E di certo Cannes e Venezia sono una cassa di risonanza eccezionale, raggiungono il pubblico di tutto il mondo, un trampolino di lancio unico per i film anche grazie ai media, ai giornalisti, ai social.
Un sistema che negli anni è diventato sempre più complesso, spiega il Direttore della Mostra, che la scorsa edizione ha dovuto visionare oltre 4250 film, contro i 900 del passato.
Tra i criteri di selezione, la linea resta chiara, “trovare una voce autentica, originale, dietro cui si avverta un pensiero o un’idea di cinema”.
Nessuna quota nemmeno sul tema della rappresentanza di genere, in un mondo dove ancora solo il 30% delle registe è donna, anche in questo caso “si guarda solo alla qualità”.
Barbera ha sottolineato anche le difficoltà del cinema indipendente, costretto a confrontarsi con una macchina industriale complessa e con le logiche di mercato.
Nel passaggio sull’industria globale, ha espresso perplessità sulle recenti dinamiche, citando il caso Warner e il possibile passaggio a Paramount, “non capisco perché abbia deciso di vendere”.
Non è mancato uno sguardo al contesto internazionale e alle tensioni geopolitiche. “Il festival deve restare luogo di apertura e confronto, non di chiusura e censura. La cultura serve proprio a superare le divisioni che la politica non è in grado si sanare”, ha sottolineato.
In conclusione, la sua esperienza personale, con la visione a 5 anni dei primi film al cinema della parrocchia nel suo paese e poi a Biella, fino al desiderio di lavorarci. “Pensavo che la figura più importante fosse il regista, ma ci vuole un talento creativo che non credo di avere”.
Da lì il passaggio alla critica cinematografica alla Gazzetta del Popolo e poi l’esperienza al Torino Film Festival, dove è stato segretario generale, selezionatore e infine direttore. “Tutto è nato per caso e per fortuna. Lì mi sono fatto le ossa, facendo errori che ti aiutano a crescere a cui oggi guardo con un sorriso, ma ne ho fatti davvero tantissimi, a certe gaffes ancora ci penso”.
Proprio l’errore diventa uno dei concetti chiave della sua visione della formazione. “Si impara sbagliando” è il messaggio rivolto proprio agli studenti, in linea con lo spirito dell’incontro, pensato per mettere in dialogo formazione e industria.
Non sono mancati momenti più leggeri. “Ho insegnato per un anno alle scuole medie, ero un vero disastro”, ha raccontato, spiegando di avere poi chiesto di essere tolto dagli elenchi.
Parlando del futuro, con il mandato di direttore in scadenza nel 2028, Barbera ha escluso invece l’idea di un ritiro dalla scena di festival e dintorni. “Vorrei dire che andrò in pensione ma non ci credo. E poi ho due figli piccoli, non sono mai stato una formichina, semmai più una cicala”.
La lezione si è chiusa con un messaggio coerente con tutta la sua carriera: restituire esperienza alle nuove generazioni e condividere ciò che ha imparato in oltre quarant’anni di lavoro.
“Mi piace restituire quello che la vita e la fortuna mi hanno regalato su un piatto d’argento”, una lezione di umiltà, oltre che di grande cinema. E ai ragazzi consiglia: “A meno che siate un talento come Tom Ford, che sforna bellissimi film senza avere mai studiato, studiate, studiate, studiate. E guardate più film che potete”.











