Analisi realizzata con Marzia Camarda
Segregazione occupazionale, soffitto di cristallo e penalty della maternità e della cura sono i tre fattori che nei media e nell’editoria pesano ancora molto sulla vita e sulla carriera delle donne.
Il rendiconto di genere dell’Inps (2024-2025) fotografa una disparità retributiva di oltre venti punti percentuali. Dato confermato ne lo stato del giornalismo italiano (Inps).
Per approfondire il tema della differenza retributiva nel sistema dei media sul proprio territorio, l’8 marzo, l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte ha promosso un’indagine, con il Cirsde di UniTo.
Il dato emergente riguarda i livelli retributivi.
Oltre il 32% delle persone che hanno partecipato alla survey (221 al 5 marzo 2026, ma l’indagine è ancora aperta, qui il questionario) dichiara una retribuzione annua inferiore ai 20 mila euro.
In questa fascia la presenza femminile è più elevata: il 34,5% delle donne contro il 28% degli uomini. I colleghi uomini risultano più presenti nelle fasce retributive superiori ai 40 mila euro.
Inoltre, negli ultimi cinque anni, più di una giornalista su quattro segnala un peggioramento della propria condizione economica e un aumento della precarietà professionale e di vita.

A pesare sui percorsi professionali è anche la dimensione della cura. Le donne ricorrono molto più frequentemente a congedi parentali, per salute o per assistenza familiare e al rientro dal congedo quasi il 21% delle giornaliste segnala difficoltà, demansionamenti o conseguenze negative su salario e carriera.

Le donne sono consapevoli della penalizzazione, mentre gli uomini percepiscono il sistema come sostanzialmente equilibrato.

In questo scenario la disparità retributiva diventa qualcosa di più di un semplice differenziale economico: genera fragilità professionali, accentua la precarietà e percorsi lavorativi discontinui.
La precarietà economica apre la strada a vulnerabilità di altro tipo: una disparità di potere, in cui chi si trova in situazione di vantaggio agisce sia sulle carriere sia sui corpi.
L’inchiesta di Irpimedia legata agli abusi nelle redazioni, così come il recente lavoro di Valentina Pigmei su «Internazionale» nell’ambito dell’editoria libraria, mostrano la pervasività delle molestie sessuali e come queste siano seriali e impunite.

L’editoria è un settore in cui la maggior parte del personale a basso status è femminile (segregazione orizzontale), ma in cui la dirigenza è a maggioranza maschile (rapporto AIE 2018 e Reuters Institute 2024): è la cosiddetta piramide rovesciata, frutto di fenomeni come il broken rung of advancement, il glass ceiling e il glass escalator, lo sticky floor, la motherhood penalty.

La disponibilità di lavoro precario e poco tutelato può favorire comportamenti abusivi nel contesto professionale, che vanno da richieste indebite legate all’assunzione fino a forme di molestia e controllo invasivo della persona sul lavoro. L’abuser sa che la persona presa di mira non può sottrarsi al monitoraggio del proprio tempo, degli spostamenti, del contatto professionale, e ne approfitta per adottare comportamenti controllanti, per agire gli abusi nel contesto degli scambi lavorativi.
La somma di lavoro ambìto, precariato contrattuale ed economico, authority gap da un lato, sessismo e senso di impunità dall’altro generano quindi condizioni favorevoli all’abuso continuato.
L’idea della violabilità della donna in condizioni di svantaggio economico lascia spazio a una molteplicità di fenomeni che aggiungono alla disparità economica anche l’impossibilità di ottenere tutela rispetto al
comportamento predatorio dei propri superiori.
Non è un caso che spesso le donne molestate rinuncino alla denuncia.
Correggere la disparità economica che attraversa il lavoro, dunque, non ha solo il valore del giusto riconoscimento per i compiti svolti, ma ha anche l’altrettanto fondamentale effetto di ridurre la violenza in generale e di garantire il legittimo senso di sicurezza.












