Mark Zuckerberg - foto LaPresse

Zuckerberg e il consigliere del principe: quando l’intelligenza artificiale sussurra all’orecchio del CEO

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Da Richelieu a Kissinger, il consigliere del principe valeva non solo per quello che sapeva ma per quello che era: una persona con una storia, dei rancori, un’agenda mai del tutto dichiarata. Iago era prezioso proprio perché aveva qualcosa da ottenere. Quella vita vissuta era il motore del rapporto, non un difetto da correggere.

Mark Zuckerberg ha deciso che il suo prossimo consigliere sarà un agente di intelligenza artificiale. Il Wall Street Journal ha rivelato che il fondatore di Meta sta sviluppando un cosiddetto “CEO agent” pensato per assisterlo nel lavoro quotidiano, recuperare informazioni che oggi passano ancora attraverso diversi livelli gerarchici e accorciare i tempi di risposta. In apparenza è il consigliere perfetto, fedele e instancabile e senza secondi fini. Ed è proprio qui che la cosa si fa interessante, perché se il consigliere umano era plasmato dalla propria biografia, da chi viene plasmato quello artificiale? Non è una domanda retorica perché un agente AI è il prodotto di chi ha scritto il codice, di chi ha scelto i dati su cui addestrarlo, di chi ha stabilito i vincoli del sistema, scelte valoriali incorporate nel modello prima ancora che il principe lo interroghi per la prima volta e che difficilmente emergeranno in qualsiasi organigramma aziendale. Iago almeno lo sapevi chi era e da dove veniva ma del nuovo consigliere, molto meno. Vale la pena dirlo anche in chiave personale: questo pezzo è stato scritto con Claude di Anthropic, lo stesso sistema su cui Meta ha costruito il suo “Second Brain” interno, uno strumento descritto nell’azienda come una sorta di chief of staff artificiale.

L’iniziativa si inserisce in una trasformazione più profonda che sta attraversando l’intero gruppo, quasi 79.000 dipendenti. Già nella call sui risultati di gennaio Zuckerberg aveva indicato questa direzione, parlando di strumenti AI-native per permettere ai singoli di fare di più e di strutture più piatte con meno intermediazione umana tra chi decide e chi esegue. All’interno di Meta circolano già agenti come “My Claw”, capaci di accedere a chat e file di lavoro e interagire con i colleghi o persino con gli agenti degli altri colleghi, una frase che avrebbe disorientato qualsiasi teorico dell’organizzazione aziendale cresciuto nel Novecento. La ricerca di Anthropic sull’impatto economico dell’AI suggerisce del resto che i ruoli più esposti sono proprio quelli ad alta intensità informativa, le analisi, la sintesi, il coordinamento, le stesse funzioni che il consigliere ha storicamente incarnato meglio di chiunque altro.

Dentro Meta questa trasformazione alimenta già tensioni concrete. Alcuni dipendenti la vivono come una fase stimolante, altri temono che la spinta all’efficienza anticipi una nuova ondata di tagli, dopo i 21.000 posti eliminati tra il 2022 e il 2023. Se ogni persona riesce a fare di più grazie agli strumenti AI, il numero di persone necessarie cambia, e con esso la natura stessa di molti ruoli.

La domanda che rimane aperta però non riguarda solo l’occupazione, per quanto il tema sia urgente. Nella storia il potere ha sempre cercato il consigliere perfetto senza mai trovarlo davvero, perché ogni uomo porta con sé una storia che lo rende anche parzialmente libero dal principe che serve. Ora qualcosa che somiglia a quell’ideale esiste davvero, ma qualcuno lo ha comunque formato, con certi valori e certi interessi, e capire chi è probabilmente la domanda più rilevante che questo decennio ci sta ponendo.