Dopo Solomon Ray, cantante gospel generato dall’intelligenza artificiale che ha conquistato le classifiche con l’album Faithful Soull e di cui Primaonline ha riportato lo scorso novembre, si apre un altro caso del tutto simile.
Negli ultimi giorni le classifiche digitali statunitensi sono state travolte dal cantante blues–R&B dalla voce calda e sorprendentemente autentica sta scalando le chart come una nuova promessa del soul.
Anche Eddie Dalton non esiste. La sua voce, il suo volto, la sua musica e perfino la sua immagine pubblica sono stati generati interamente dall’intelligenza artificiale.
Dalton domina le classifiche come un artista reale. Il brano “Another Day Old” ha raggiunto il primo posto su iTunes, mentre altri due suoi singoli sono entrati rapidamente nella top 10. Anche online il fenomeno cresce: uno dei suoi video ha superato il milione di visualizzazioni su YouTube.
A creare Eddie Dalton sarebbe Crusty Tunes, una società del South Carolina specializzata da anni nella produzione musicale tramite AI. L’etichetta pubblica regolarmente brani attribuiti al cantante virtuale, presentandolo come un esempio di come la tecnologia possa ampliare – e non sostituire – la creatività umana.
Il caso – come quello di Solomon Ray – ha però riaperto il dibattito costringendo l’industria a interrogarsi sul confine – sempre più sottile – tra creatività umana e produzione algoritmica.
Da un lato, il pubblico sembra affascinato dall’idea di un artista completamente digitale e non sembra turbato dal fatto che dietro quella voce non ci sia un essere umano.
Dall’altro, nel settore musicale crescono interrogativi e timori: cosa significa, sul piano artistico ed etico, quando un successo discografico non ha un autore reale? E quali conseguenze potrebbe avere questo modello sul futuro della musica e sul lavoro dei musicisti?












