Smartphone ai bambini, la lettera che chiama in causa la politica

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Il medico e psicoterapeuta Alberto Pellai scrive a Giorgia Meloni su un tema che non è più solo educativo: l’uso precoce della tecnologia.

Non è la prima volta che Alberto Pellai interviene sul rapporto tra bambini e tecnologia. Ma la lettera pubblicata il 3 aprile sui suoi canali social, indirizzata direttamente a Giorgia Meloni, porta il tema fuori dal perimetro educativo e lo sposta dentro quello politico.
L’argomento è caldo: i danni di uno uso precoce di telefoni e tecnologia sulle giovani generazioni.

Pellai è medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il dipartimento di Scienze biomediche dell’Università degli Studi di Milano. Tra i suoi libri più famosi, L’età dello tsunami, scritto con Barbara Tamborini, un bestseller sulla preadolescenza uscito nel 2017, più volte ristampato, che ha venduto oltre 100 mila copie.
Pellai ha da anni una posizione netta verso l’esposizione precoce di bambini e preadolescenti alla tecnologia. In particolare, sostiene la necessità di vietare gli smartphone prima dei 14 anni e i social media prima dei 16, per proteggere bambini e ragazzi dai rischi del cyberbullismo, adescamento e pornografia, e favorire il loro sviluppo creativo e psicologico e la loro autonomia.

Con la lettera non si rivolge solo al capo del governo, ma alla madre. Non parla solo di norme, ma di responsabilità personale. E soprattutto intercetta un sentimento diffuso: l’impotenza dei genitori davanti alla pressione sociale che spinge bambini sempre più piccoli verso smartphone, social e videogiochi connessi.

Nel testo emerge con chiarezza anche un secondo livello dello scontro. Pellai non si limita a parlare di educazione o responsabilità familiare, ma individua degli antagonisti in Meta e Google, che accusa di costruire ambienti digitali basati su meccanismi dopaminergici che sfruttano la vulnerabilità dei più giovani, trasformandoli di fatto in prodotto. Un ‘analisti che non nasce in Italia, anticipata negli Stati Uniti, dove hanno preso il via cause legali, indagini e pressioni regolatorie sulle Big Tech.

La rete culturale dietro la proposta

Pellai non è solo. Nella lettera cita anche Daniele Novara, noto pedagogista e fondatore del CCP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti) , con cui ha promosso una petizione già firmata da oltre 100 mila persone. Si sta infatti consolidando una rete pedagogica che propone limiti più netti all’uso della tecnologia, ritorno a un ruolo più forte degli adulti e antagonismo critico al modello digitale dominante. “Il 13 aprile alla Camera dei Deputati un folto gruppo di esperti e di rappresentanti dei cittadini invocherà nuovamente il bisogno che la politica intervenga velocemente su questa che è un’emergenza di sanità pubblica”, scrive Pellai, chiedendo l’attenzione di Meloni.
Ecco la lettera.

Spettabile Presidente del Consiglio dei Ministri Italiani, Giorgia Meloni.
Scrivo a lei come nostro leader politico. Ma anche come madre di una figlia. Le chiedo di riflettere su quanto il suo ruolo politico oggi più che mai deve coincidere anche con il suo ruolo di madre di una (quasi) preadolescente. So che sua figlia ha quasi 10 anni. È sulla rampa di lancio per l’ingresso in pubertà. La preadolescenza dei nostri figli oggi è stata catapultata nel mondo virtuale dove – e le cronache di questi giorni ce lo hanno raccontato in più modi – i nostri figli si fanno male, molto male. E fanno anche molto male agli altri. E stanno male.

In queste settimane ho parlato con tantissimi genitori in eventi pubblici. Mi accorgo che mamme e papà oggi si interrogano sulle vite digitali dei loro figli. Eppure continuano a sperimentare un vissuto di profonda impotenza. Queste sono le domande che spesso fanno a noi esperti: Come possiamo imporre ai nostri figli di stare fuori dai social media, se tutti i loro compagni ci sono dentro? Come si può crescerli senza che possiedano uno smartphone, se tutti ce l’hanno? Come si può non farli giocare con i videogiochi, se tra di loro non parlano d’altro e non desiderano che fare questo?

Tutte queste domande sono costantemente lì: come genitore vorrei per mio figlio un’altra cosa, ma poi non posso che cedere alle sue richieste perché altrimenti lo farei soffrire, lo terrei fuori dal mondo, gli impedirei di vivere il suo tempo.
Il dato di fatto è che i figli che hanno precocemente in mano uno smartphone, che si iscrivono ad un social media e che possiedono una consolle connessa con le communities multiplayer stanno molto peggio di quelli che non hanno e non vivono tutto questo.
Il dato di fatto è che la Società Italiana di Pediatria a novembre 2025 ha invitato tutti i genitori a ritardare il possesso dello smartphone e l’accesso ai social media nella vita dei loro figli.
Il dato di fatto è che quel senso di impotenza di noi genitori continuerà a rimanere lì con noi se non torneremo a fare gli adulti nella vita di chi cresce, cosa che però ci risulta impossibile fare visto che le multinazionali del digitale hanno imposto al mondo, alla scuola e alla famiglia la loro agenda: ovvero trasformare i nostri figli nel loro prodotto principale, così da generare profitti enormi proprio sfruttando la loro vulnerabilità psicologica così sensibile all’ingaggio dopaminergico di cui le loro piattaforme sono state scientemente e consapevolmente riempite.
La condanna subita la scorsa settimana da Meta e Google a Los Angeles dimostra la loro totale colpevolezza nel trattare i nostri figli allo stesso modo con cui il Gatto e la Volpe avevano trattato Pinocchio: sfruttarne l’ingenuità per portarsi a casa i loro Zecchini d’oro.

Oggi una politica che si dichiara vicina e attenta ai bisogni dei suoi cittadini non può rimanere indifferente al richiamo che la Comunità Europea ha fatto ad ogni suo singolo stato, con l’invito a legiferare a tutela dei minori. Molte nazioni lo stanno già facendo. L’Italia no.
Nonostante le infinite richieste provenienti da più parti. Anche io, insieme a Daniele Novara, sono stato primo firmatario di una petizione in cui chiediamo al governo di intervenire velocemente e con fermezza per salvare il cervello dei nostri figli, la loro salute e tutelare la loro vita. Più di centomila persone l’hanno firmata, ma ad oggi siamo stati inascoltati.
Il 13 aprile alla Camera dei Deputati un folto gruppo di esperti e di rappresentanti dei cittadini invocherà nuovamente il bisogno che la politica intervenga velocemente su questa che è un’emergenza di sanità pubblica. La prego, se le sarà possibile, di non perdersi quell’evento. Le sarà utile come madre. Spero che ispirerà le sue decisioni politiche.
I nostri figli ne hanno bisogno. Sua figlia ne ha bisogno.
Glielo chiedo da medico, ricercatore universitario, specialista di Medicina Preventiva e Psicoterapeuta dell’età evolutiva. Ma soprattutto glielo chiedo da padre di quattro figli.
La saluto cordialmente. Alberto Pellai

(Se potete e volete, commentate e soprattutto condividete questo messaggio. Se ci facciamo sentire, magari tutti insieme lo cambiamo questo mondo).