Dal Vomero a Point Break. L’IA accelera un contagio che viene da lontano

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In questi giorni, dialogando con Claude e ChatGPT di intelligenza artificiale, mi sono accorto che stavo pensando sempre meno alle macchine e sempre di più a noi. Non alla solita discussione su quanto siano intelligenti, utili o pericolose, ma a quello che ci mettiamo dentro e che poi ci torna indietro sotto forma di linguaggio, immagini, associazioni. In fondo, alla materia umana.

La riflessione mi è venuta davanti a due episodi che, presi uno per uno, sono poco più che curiosità buone per un titolo. Al Pentagono Pete Hegseth ha guidato una funzione religiosa usando parole che moltissimi riconoscono prima per Pulp Fiction che per la Bibbia. A Napoli, al Vomero, una banda ha assaltato una filiale di Crédit Agricole, ha tenuto in ostaggio clienti e dipendenti e poi è sparita attraverso un tunnel collegato alle fogne. Il richiamo a Point Break viene quasi da sé, anche se non c’è bisogno di immaginare una copia diretta del film per capire che cosa colpisce davvero.

Leggiamo comunemente la realtà attraverso scene che conosciamo già e, subito dopo, la raccontiamo usando proprio quelle scene. Il cinema prende dalla vita, la vita restituisce al cinema, la politica pesca nel linguaggio dello spettacolo, la cronaca finisce per sembrare già vista. Non è cominciato ieri e non lo ha inventato l’intelligenza artificiale.

Da questo punto di vista perfino Plutarco, paradossalmente, dice qualcosa di attuale. Quando racconta Alessandro con l’Iliade sotto il guanciale, accanto al pugnale, non ci sta consegnando solo una bella immagine letteraria. Sta dicendo che Omero, per lui, non era soltanto lettura nobile. Era già una lingua del gesto, un modo di immaginare il conflitto, quasi un repertorio da portarsi dietro. Il contagio tra racconto e realtà, insomma, viene da lontano. Forse viene da sempre.

La differenza, oggi, è il ritmo. Qui l’intelligenza artificiale conta davvero. Non perché inventi questo contagio, ma perché lo spinge, lo comprime, lo rimette in circolo a una velocità che non avevamo mai conosciuto. OpenAI ha già superato in Europa la soglia che fa scattare l’attenzione del Digital Services Act, e a livello globale si parla ormai di centinaia di milioni di utenti settimanali. Quando una macchina che ricombina linguaggi, simboli e immagini lavora già a questa scala, il punto non è più soltanto che cosa produce. Il punto è la velocità con cui rimette in circolo il nostro archivio mentale.

Per questo la discussione non riguarda più solo ingegneri, aziende o regolatori. Attorno all’IA si stanno muovendo anche teologi, filosofi, studiosi della morale. Non è una stranezza. È il segno che la questione tocca qualcosa di più profondo dell’efficienza degli strumenti o della qualità degli output. Tocca l’uomo, il suo immaginario, il modo in cui costruisce simboli e poi se li ritrova davanti amplificati da sistemi che mescolano tutto.

E allora il Pentagono che riecheggia Pulp Fiction e il Vomero che, agli occhi di chi guarda, sembra affiorare da un immaginario alla Point Break restano quello che sono, cioè due curiosità. Ma sono curiosità che aiutano a vedere meglio un punto serio. Il contagio tra racconto e realtà non è nuovo. Nuovo è il ritmo con cui oggi si propaga. Ed è forse da lì che bisognerebbe partire, prima ancora di chiederci che cosa l’intelligenza artificiale inventerà.