Italia indietro per uso Ai, bulimia social e online; lavoro over50 limita innovazione

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Nell’anno del Centenario dell’Istat, il Rapporto annuale 2026 giunge alla sua trentaquattresima edizione, offrendo un quadro informativo integrato sulle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare in ambito economico, demografico e sociale. L’evoluzione dello scenario macroeconomico e del sistema produttivo è analizzata alla luce dei ruoli della conoscenza e dei progressi della transizione ecologica.
Le trasformazioni delle famiglie e del mercato del lavoro sono illustrate insieme alle disuguaglianze socioeconomiche e sociosanitarie che caratterizzano l’Italia. La capacità del nostro Paese di formare e valorizzare le proprie risorse è esaminata unitamente alla tenuta del capitale sociale e delle reti di supporto, formali e informali, nonché all’importanza della conoscenza incorporata nel capitale umano nel favorire lo sviluppo del sistema economico.
Il Rapporto restituisce una visione di insieme del sistema economico e della struttura sociale del nostro Paese, soffermandosi sulle dinamiche che sostengono la coesione della nostra società e la nostra capacità di innovazione e di sviluppo.

Qui di seguito abbiamo cercato di riportare abstract di temi per noi centrali.

ISTAT RAPPORTO ANNUALE 2026 – SINTESI (pdf)

Sintesi-Rapporto-Annuale-2026_compressed

INTERNET

L’accesso a Internet e le competenze digitali sono ormai condizioni essenziali per garantire inclusione sociale e partecipazione attiva nella vita quotidiana. Nel 2025, tra le persone fino ai 54 anni la quota di non utenti di Internet risulta residuale (meno del 4 per cento), ma tra gli anziani di 75 anni e più sale al 62,8 per cento, con significative differenze di genere a sfavore delle donne. Lo si legge nel rapporto Annuale 2026 dell’Istat. Nel 2025 ha competenze almeno di base il 54,3 per cento delle persone di 16-74 anni (+8,7 punti percentuali rispetto al 2021). Il gradiente territoriale interno è marcato: Nord 60,0 per cento, Centro 56,9 per cento, Mezzogiorno 44,8 per cento. Nonostante i progressi, è poco diffuso l’utilizzo dei servizi online: nel 2025 il 34,3 per cento delle persone di 16 anni e più non ricorre all’identità digitale, il 33,2 per cento non effettua acquisti tramite commercio elettronico, il 36,1 per cento non interagisce online con la Pubblica Amministrazione.

Nel 2025, sottolinea il Rapporto, l’uso dell’intelligenza artificiale riguarda solo il 19,9 per cento dei 16-74enni, collocando l’Italia al penultimo posto nella graduatoria europea (media UE27: 32,7 per cento). Anche tra i giovani 16-24enni lo scarto rispetto alla media europea rimane ampio (47,2 contro 63,8 per cento). L’uso dell’IA è positivamente associato al livello di istruzione: dal 3,6 per cento delle persone con al massimo la licenza media al 32,0 per cento di chi ha un titolo terziario.

Nel 2023, in un giorno medio settimanale, il tempo trascorso dalla popolazione nell’utilizzo di Internet e dispositivi digitali è pari a 3 ore e 53 minuti. L’uso del digitale accompagna tutte le fasi della vita, ma il valore più elevato si registra tra i 15 e i 24 anni (5 ore e 47 minuti).
L’analisi per fasce orarie conferma il ruolo del digitale come componente strutturale dell’esperienza quotidiana dei più giovani. In particolare, tra i 15-19enni, le quote di utilizzo sono elevate per tutto l’arco della giornata: circa il 20 per cento già dalle prime ore del mattino, con picchi serali che coinvolgono quasi la metà dei ragazzi. Alle 23:00 circa, un quarto dei giovanissimi è ancora impegnato nell’uso di strumenti digitali. Tra i 20 e i 24 anni, il profilo è simile, ma su livelli lievemente inferiori.
La diffusione di Internet ha contribuito a modificare le modalità con cui le persone costruiscono e mantengono le relazioni interpersonali. Nel 2024, il 27,8 per cento delle persone di 14 anni e più dichiara di incontrare i propri amici su Internet. Il fenomeno è più diffuso tra i giovani fino a 24 anni, gli uomini e le persone con titolo di studio elevato (35,2 per cento contro il 19,0 per cento di chi possiede al massimo la scuola dell’obbligo).

SOCIAL

Nel 2024 il 95,3 per cento degli utenti di Internet di 11 anni e più ha utilizzato i social media almeno una volta, e l’81,8 per cento lo ha fatto quotidianamente.Lo si legge nel Rapporto Annuale 2026 dell’Istat. Il 5,0 per cento degli utenti di Internet di 11 anni e più presenta un profilo di utilizzo “problematico” dei social media, avendo sperimentato comportamenti disfunzionali. Il fenomeno è nettamente più diffuso tra i giovani: 11,1 per cento tra i 15-17 anni e 10,5 per cento tra i 18-24 anni. Il divario di genere è particolarmente accentuato tra gli adolescenti: tra i 15-17enni il 15,5 per cento delle ragazze presenta un “uso problematico”, contro il 7,0 per cento dei coetanei maschi.

ASCENSORE SOCIALE

Tra i Millennial, la generazione nata tra il 1980 e il 1994, la quota di persone che sperimenta una mobilità verso il basso rispetto alle condizioni occupazionali dei genitori (27,1%) supera quella registrata in tutte le generazioni precedenti e, al contempo, quella ascendente (25%).
Una maggiore mobilità sociale si registra tra i laureati. L’investimento in istruzione garantisce infatti risultati migliori nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione raggiunge l’85,3% tra chi possiede un titolo terziario, contro il 74,6% dei diplomati e il 56,1% di chi ha la sola licenza media. Il titolo di studio emerge anche come il principale fattore di protezione dall’indigenza: la povertà assoluta colpisce il 15,1% delle persone di 25 anni e più con al massimo la licenza media contro il 2,3% dei laureati. Ed è associato a una maggiore speranza di vita a 30 anni di 4,2 anni tra gli uomini e di 2,8 anni per le donne.
Il numero di coloro che conseguono ogni anno una laurea è quasi triplicato dal 1999 al 2024 (fino a 544 mila); ma solo il 31,6% dei 25-34enni possiede un titolo terziario, contro il 44,1% della media dell’Ue. L’Italia fatica, inoltre, a trattenere i profili più specializzati: nel 2025, il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia lavora all’estero. Le ragioni principali sono le maggiori opportunità di un impiego adeguato (81,7%) o meglio retribuito (73,7%).


Anche tra i laureati, gli espatri netti sono stati quasi 21 mila lo scorso anno.
L’Istat rileva anche che l’Italia ha raggiunto in anticipo l’obiettivo europeo per il 2030 sugli abbandoni scolastici precoci, scesi all’8,2% nel 2025 (rispetto al 9,1% della media dell’UE27), mostrando un importante recupero rispetto al 2005, quando il divario con l’Europa era di 6,5 punti percentuali. Miglioramenti anche sul numero di ragazzi che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet (Not in education, employment or training). Nel 2025, in Italia, il fenomeno coinvolge il 13,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, un valore quasi dimezzato rispetto al 2015, quando era pari al 25,7 per cento.
Dal rapporto emerge, al tempo stesso, una “marcata fragilità negli apprendimenti”: il 36% degli studenti all’ultimo anno delle superiori presenta competenze inadeguate in italiano e matematica, mentre l’8,7% si trova in condizione di dispersione implicita, registrando livelli di competenze inadeguate anche in inglese.

OVER 50 E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

“Il buon andamento del mercato del lavoro italiano, avviato nel post-pandemia, è stato trainato dall’aumento dell’occupazione delle persone con 50 anni e più, che rappresentano una quota particolarmente consistente degli occupati, pari a circa il 42% nel 2025”.

“L’invecchiamento della forza lavoro frena l’innovazione”, si legge nel rapporto che spiega come l’uso dell’intelligenza artificiale sia triplicato tra il 2023 e il 2025 (lo utilizza il 16% delle imprese), ma il 50% delle Pmi incontra un ostacolo nella carenza di competenze.


L’Istat spiega che l’età anagrafica ha un effetto non lineare sull’innovazione: “la propensione all’innovazione cresce con l’età media dei lavoratori fino a un livello critico” che è di 41-42 anni per innovazione di prodotto, “per poi diminuire”. Tuttavia, una maggiore istruzione degli addetti può compensare l’effetto negativo dell’invecchiamento sulla propensione a innovare. Nel 2025, l’uso dell’intelligenza artificiale riguarda solo il 19,9% dei 16-74enni, collocando l’Italia al penultimo posto nella graduatoria europea (la media Ue è del 32,7%). Anche tra i giovani 16-24enni lo scarto rispetto alla media dei coetanei europei rimane ampio (47,2% contro 63,8%). L’uso dell’Ia è positivamente associato al livello di istruzione: dal 3,6% delle persone con al massimo la licenza media al 32% di chi ha un titolo terziario. In Italia c’è una carenza strutturale di specialisti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict): questi lavoratori sono il 4% degli occupati contro il 5,3% della Germania. Pesa inoltre, per la diffusione dell’innovazione, che l’intensità della spesa in ricerca e sviluppo sia in Italia la più contenuta tra le maggiori economie europee, meno dell’1,5% del Pil , con una componente pubblica modesta, e ferma ai livelli del 2007. L’età media degli occupati in Italia è salita a 45,6 anni (+4,6 anni rispetto al 2007) e nella pubblica amministrazione ha raggiunto 49 anni. All’invecchiamento della popolazione è accompagnato anche un aumento del personale più qualificato e nel 2024 i laureati hanno eguagliato i lavoratori con la sola licenza media. Rimangono ritardi anche nella diffusione delle competenze digitali di base. Nel 2025, il 54,3 per cento dei 16-74enni possiede un livello almeno basilare, con un divario di 6,1 punti percentuali rispetto alla media dell’UE27 e una distanza più marcata per il Mezzogiorno (44,8 per cento). L’utilizzo dei servizi online è ancora poco diffuso (il 34,3 per cento non usa l’identità digitale e il 33,2 per cento non fa acquisti onli-ne) e solo il 19,9 per cento dei 16-74enni ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale, contro il 32,7 per cento della media dell’UE27; in quest’ultimo caso le quote salgono tra i giovani (47,2 per cento dei 16-24enni) e le persone più istruite (32 per cento).

SALARI

“Le pressioni al rialzo sul mercato dei beni energetici, generate dal conflitto in Medio Oriente, e la conseguente crescita dell’inflazione potrebbero, a seconda della persistenza di tale scenario, rallentare la fase di recupero o addirittura determinare un nuovo periodo di perdita del potere di acquisto”. Dice ancora l’Istat nel rapporto annuale che registra come le retribuzioni contrattuali nel 2025 abbiano portato, per il secondo anno, a un recupero in termini reali ma rimanga una perdita di potere d’acquisto dell’8,6% dal 2019. Anche nel ceto medio, il 16,1% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà.

La quota sale al 45% nelle famiglie a rischio di povertà ed è il 5,2% anche tra le famiglie ad alto reddito. Tra il 2014 e il 2024, la dinamica reddituale del ceto medio, che rappresenta il 61,2% dei residenti, “seppure su livelli reddituali differenti, è stata decisamente meno sostenuta di quella del ceto più basso e anche di quella della classe abbiente”, vi si legge. In generale “le disuguaglianze economiche rimangono marcate ma stabili, mentre si riduce l’incidenza delle famiglie a bassa intensità di lavoro. Più di un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o con grande difficoltà e circa un quarto ha difficoltà ad affrontare spese impreviste con le proprie risorse. Poco meno della metà della popolazione riferisce di non essere riuscita a risparmiare nell’ultimo anno”, si legge nel rapporto. La povertà assoluta è sostanzialmente stabile e interessa 5,7 milioni di persone nel 2024 (il 9,8%) soprattutto nelle famiglie numerose, quelle con i minori, gli stranieri e i residenti nel Mezzogiorno. “Si diffondono forme specifiche di disagio, come la povertà energetica, che riflette l’aumento dei costi e la fragilità dei redditi, mentre l’incidenza dell’insicurezza alimentare diminuisce”, si legge nel testo. Nel 2025, il 9,3% della popolazione (5,4 milioni di persone) dichiara di non potersi permettere un pasto proteico ogni due giorni (era il 12,6% nel 2014). La povertà energetica – l’incapacità di riscaldare adeguatamente l’abitazione o di utilizzare servizi energe-tici essenziali – è invece in aumento, dal 7,7% nel 2022 al 9,1% nel 2024.