In quella che si sta definendo sempre più come l’era dell’Intelligenza Artificiale, nuove tecnologie si diffondono, in grado di replicare il ragionamento, il pensiero, la voce e le fattezze umane. Tecnologie che pongono una sfida non da poco per tutta l’umanità, ma in particolare per le massime istituzioni religiose e spirituali, che da secoli si pongono come guida degli uomini e si trovano ora di fronte alla prospettiva di un futuro sempre meno umano e sempre più artificiale.
In questo scenario, la Chiesa e il Vaticano non possono rinunciare a giocare un ruolo. E il momento per agire è ora. Lunedì 25 maggio verrà pubblicata la prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, dedicata alla tutela della persona umana nell’epoca dell’IA. Sarà un testo d’indirizzo fondamentale da parte del Pontefice che con la scelta del suo nome si è messo in diretta continuità con la Rerum Novarum di Leone XIII del 1891, considerato il testo fondativo della dottrina sociale della Chiesa, rilasciato in un’epoca di rivoluzione dell’economia e della società a causa della Rivoluzione Industriale.
Leone XIV: “Stiamo vivendo un’eclissi del senso dell’essere umano”.
Vari eventi stanno segnando l’avvicinamento alla fatidica data del 25 maggio. Oggi, in un’udienza sulla comunicazione e sul digitale, il Papa ha dichiarato: “Come tristemente dimostrato dalla promozione e dall’implementazione sfrenata della tecnologia a scapito della dignità umana e dai danni causati dai chatbot e da altre tecnologie che sfruttano il nostro bisogno di relazioni umane, stiamo vivendo una vera e propria eclissi del senso di ciò che significa essere umano. La Chiesa si sente chiamata a contribuire allo sforzo di pianificare e attuare l’alfabetizzazione mediatica, informativa e dell’IA all’interno dei sistemi educativi. In questo modo, può contribuire a garantire che le persone acquisiscano capacità di pensiero critico e che le tecnologie contribuiscano alla salvezza di chi le utilizza”.
Il 24 gennaio di quest’anno Leone aveva diffuso un messaggio in occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, nel quale metteva in luce l’importanza di “custodire voci e volti umani” nell’era delle macchine. A riprendere questo messaggio, a pochi giorni dalla creazione presso la Santa Sede di una Commissione Interdicasteriale dedicata all’IA, è stato un grande convegno organizzato ieri, 21 maggio, dal Dicastero per la Comunicazione in collaborazione con il Dicastero per la Cultura e l’Educazione e la Fondazione San Giovanni XXIII. L’evento, tenutosi alla Pontificia Università Urbaniana, ha raccolto in Vaticano esperti e studiosi di IA da tutto il mondo, insieme a operatori del mondo della comunicazione e dei media. L’obiettivo del dibattito: capire come riuscire a preservare l’umanità dalla disumanizzazione crescente della tecnologia, ispirati dalla visione espressa a gennaio dal Pontefice.
Il convegno sull’IA in Vaticano. Tra l’incubo di un futuro de-umanizzato e l’ottimismo per il ruolo della formazione

Gli interventi all’evento del 21 maggio sono stati quasi tutti caratterizzati da un’inquetudine di fondo e da una preoccupazione verso i possibili risvolti deumanizzanti dello sviluppo dell’IA. Il rischio maggiore è quello di perdere la capacità di pensare, come evidenziato dal Prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini nel suo intervento di apertura: “Non possiamo diventare consumatori passivi di pensieri che sono il frutto calcoli statistici, e accettare passivamente l’idea che la conoscenza non ci appartenga più, e che la macchina pensi al posto nostro”. Ma il pericolo è anche quello di confondere quello che è umano da quello che non lo è. L’allarme è stato dato dal Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, il Cardinale José Tolentino de Mendonça:”Le frontiere tra realtà e simulazione sono sempre più sottili, e l’IA può illuderci con la fabbricazione di realtà parallele. E’ la grammatica stessa dell’umano a venire alterata”.
I panel della giornata hanno affrontato vari aspetti specifici della grande sfida per mantenere l’IA umana: l’informazione, i rapporti umani, le disuguaglianze, i modelli economici e l’educazione. Tra le testimonianze più preoccupate, quella della giornalista del New York Times Kashmir Hill, che nelle sue inchieste racconta come sempre più persone si abbandonino completamente ad illusori rapporti umani con i chatbot; quella di Tristan Harris, co-fondatore del Centre for Human Technologies, che paventa un futuro di de-umanizzazione al quale la corsa sfrenata all’IA, motivata dal profitto e dall’ambizione dei grandi del tech, rischia di condannarci; quella dell’attivista Eli Pariser che nei suoi studi si concentra su come le big tech chiudano volutamente, per motivi di profitto, le esperienze digitali degli utenti in bolle tramite filtri appositamente progettati; quella del professore di Computer Science Benjiamin Rosman, che mette in guardia sulla capacità dell’IA di simulare calore umano, empatia e premura, pur senza possederle veramente.
Non sono mancate voci più ottimiste. Il Chief Technology Officer del Washington Post Vineet Khosla ha illustrato l’approccio all’IA da parte del suo giornale, che ha sviluppato un proprio chatbot proprietario interno che offre notizie verificate ai lettori. Rayèn Condeza Dall’Orso e Divina Frau-meigs, accademiche titolari cattedre UNESCO in materia di educazione e formazione media hanno sottolineato l’importanza di agire concretamente con programmi di sensibilizzazione e istruzione al pensiero critico e alla media literacy. Justin Kings, ex giornalista della BBC, ha portato l’esempio dell’organizzazione che dirige, l’EBU Academy, istituto di formazione per professionisti dei media con un percorso interamente dedicato all’IA, che fa parte dell’EBU, l’unione dei media di servizio pubblico europei.












