Economia, potere, informazione
Elenco delle undici storie:
L’algoritmo cambia i media, ma servono nuove regole per governare l’AI
I grandi imperi digitali dettano le regole e gli Stati devono adattarsi
Una pubblica amministrazione in movimento, verso un futuro di cambiamenti
Barrese racconta l’Italia di Intesa che scommette sulle PMI
Export italiano: obiettivo 700 miliardi a prova di Cina e dazi
Il Cortile e la velocità. Ravasi a Trento lancia ‘Communiter’
La musica live è un’industria da miliardi. Parola di ministro
Zanzara e Pulp: quando il podcast fa a pezzi il politichese
Quattrocento eventi in cinque giorni. Il Festival dell’Economia di Trento è da anni il luogo dove l’Italia che decide — ministri, banchieri, economisti, comunicatori — si siede a ragionare in pubblico. Un’occasione rara, e per questo selettiva: non tutto vale, non tutto serve.
‘Prima è andata a Trento con una bussola precisa. Abbiamo seguito gli incroci tra economia e potere, tra informazione e tecnologia, tra istituzioni e società. Con un’attenzione particolare all’intelligenza artificiale: come trasforma il giornalismo, come ridisegna i confini della comunicazione pubblica, quali rischi porta dentro le vite dei più giovani. Un tema che a Trento attraversava tutto — dai panel tecnici alle lectio magistralis — e che abbiamo cercato di leggere senza retorica, né ottimista né catastrofista.

Undici resoconti che non pretendono di coprire il festival, ma di raccontare quello che ci sembrava utile sapere: come cambia la pubblica amministrazione, come le banche guardano al territorio, dove sta andando l’industria dell’informazione, cosa rischia una generazione cresciuta dentro gli schermi. Il resto lo trovate nei pezzi.
AI, informazione e democrazia: la sfida ora è governarla – confronto tra Barachini, Corradino, Garrone e Silvestri

L’intelligenza artificiale è stata sicuramente la protagonista del Festival dell’Economia, dove si è scelto di affrontare quello che molti definiscono ‘il tema del secolo’ senza toni apocalittici ma anche senza leggerezze. È il filo rosso emerso anche nell’incontro dedicato a ‘Potere dell’informazione, social network e AI’.
A discuterne nelle sale del Castello del Buonconsiglio sono stati Alberto Barachini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria, Michele Corradino, magistrato e presidente di sezione del Consiglio di Stato, Pier Domenico Garrone, comunicatore esperto di web Reputation ed di economia digitale, e Federico Silvestri, amministratore delegato del Gruppo 24 Ore.
Ed è stato proprio Silvestri a portare il confronto su un terreno molto concreto: l’impatto dell’AI sul futuro del lavoro giornalistico e dell’editoria. Tema ormai entrato anche nella trattativa per il rinnovo del contratto tra editori e giornalisti. “È il rifiuto dell’intelligenza artificiale che comprometterà i livelli occupazionali”, ha osservato. “L’urgenza di adeguarsi è inevitabile: la vera sfida è capire come usare al meglio questi strumenti”.
Per Silvestri, però, il nodo non riguarda soltanto l’efficienza produttiva. Sul tavolo ci sono questioni decisive come la tutela del copyright, la conservazione dei contenuti – sempre più costosa – e la riconoscibilità delle fonti in un ecosistema informativo dominato da algoritmi e piattaforme. “Le insidie sono tante, così come le incognite, ma ormai non possiamo più tirarci indietro”, ha sottolineato.
Il confronto ha mostrato come l’AI sia una questione che tocca la vita quotidiana, la sicurezza, la qualità dell’informazione e la tenuta democratica dei Paesi occidentali. Da qui l’idea condivisa dai quattro relatori , che servano regole chiare, una visione industriale e soprattutto una strategia europea comune.
“La difesa del mercato editoriale passa dal valore del contenuto”, ha spiegato Barachini. “Italia ed Europa hanno compreso rapidamente i rischi di questa trasformazione dotandosi di nuove norme. Il problema è che all’interno della stessa Unione europea esistono regolazioni molto diverse, anche sul piano fiscale”. Il riferimento è ai regimi adottati da Paesi come Irlanda e Olanda, che secondo il sottosegretario rischiano di creare squilibri ulteriori in un settore già fragile, soprattutto per la piccola editoria. Da qui la proposta di affrontare il tema in chiave europea, anche attraverso strumenti fiscali legati ai sistemi di AI per sostenere il pluralismo informativo.
Più netto il richiamo ai rischi geopolitici arrivato da Corradino. “L’AI riesce, attraverso l’uso abile dei social, a influenzare la popolazione e quindi la democrazia”, ha detto, citando modelli di propaganda sofisticata sviluppati da grandi potenze come la Cina, capaci di rendere indistinguibile il messaggio da chi lo produce. “L’intelligenza artificiale non è neutrale: dietro ci sono sette-otto soggetti nel mondo che hanno la capacità di orientare l’opinione pubblica e perfino le decisioni politiche”.
Una riflessione che Garrone ha riportato sul piano strategico nazionale: “Qui parliamo di sicurezza del Paese. Oggi dobbiamo ragionare su strumenti e modalità di comunicazione che fino a pochi anni fa non immaginavamo nemmeno. L’editoria va considerata una vera infrastruttura strategica”.
Sul fondo resta una preoccupazione condivisa: il rischio che l’informazione professionale perda peso in una società sempre più dominata da contenuti rapidi, frammentati e consumati con soglie di attenzione bassissime. “È molto pericoloso il formarsi di un’opinione pubblica in pochi secondi”, ha osservato ancora Silvestri. “Se gli editori non vengono sostenuti e il sistema non viene regolato in profondità, l’informazione rischia di diventare un bene di lusso, con pochi soggetti in grado di decidere per tutti”.
Da qui l’insistenza, emersa più volte durante il confronto, sulla necessità non solo di nuove regole ma anche di un salto culturale: maggiore consapevolezza nell’uso dei social, capacità critica verso i contenuti generati dall’AI e la convinzione che non ci si possa “affidare agli algoritmi ad occhi chiusi”. Nonostante le molte incognite l’approccio dominante era ispirato “all’ottimismo della ragione”. Con la convinzione che l’Italia, pur con tutti i suoi limiti, abbia ancora gli strumenti culturali e industriali per affrontare questa trasformazione.
L’algoritmo cambia i media, ma servono nuove regole per governare l’AI

L’intelligenza artificiale cambia i modelli economici, accelera la crisi dei media tradizionali, mette sotto pressione la regolamentazione europea e obbliga radio, editori e piattaforme a ridefinire il proprio ruolo. È attorno a questi temi che si è sviluppato al Festival dell’Economia di Trento il confronto dedicato all’economia dell’industria mediale, con Massimo Beduschi, Andrea Imperiali, Massimo Scaglioni, Linus e Federico Silvestri.
Tra i temi più discussi, il rapporto tra uomo e macchina. Beduschi ha difeso il “primato dell’essere umano”, pur riconoscendo che l’AI sta già trasformando concretamente il lavoro nelle grandi aziende della comunicazione. WPP Media utilizza da anni modelli di intelligenza artificiale e oggi lavora con centinaia di “agenti” specializzati capaci di svolgere attività impossibili da replicare con la stessa velocità dagli esseri umani. Ma strategia, creatività e capacità critica — ha sostenuto — restano prerogative umane.
Molto articolato anche l’intervento di Imperiali, che ha ricostruito limiti e contraddizioni della regolamentazione europea. Secondo il membro del Comitato AI di Agcom, Bruxelles ha scelto di diventare “campione della regolazione”, costruendo un sistema normativo avanzato — dal Digital Services Act al Digital Markets Act — ma l’AI Act è stato travolto dalla rapidità dell’evoluzione tecnologica. Pensato prima dell’esplosione di ChatGPT, il regolamento europeo non aveva previsto l’impatto dell’intelligenza artificiale generativa e oggi rischia di arrivare già “claudicante”, con l’entrata in vigore slittata al 2027.
Sul versante dei media, Scaglioni ha insistito sul fatto che il tema economico-industriale e quello democratico non siano più separabili. Le piattaforme digitali — ha spiegato — operano contemporaneamente come mercato, arbitro e infrastruttura, controllando dati e regole all’interno di ecosistemi chiusi. Una concentrazione che pone problemi di pluralismo, sostenibilità economica dei media e “sovranità mediale europea”, in un contesto dominato da grandi gruppi americani e cinesi.
Linus ha invece riportato il confronto su radio, podcast e social media, sostenendo che non siano mondi alternativi ma paralleli. La radio, secondo il direttore editoriale di Radio Deejay, continua a sopravvivere grazie alla diretta, all’emozione e alla relazione immediata con gli ascoltatori, elementi che le piattaforme di streaming non riescono a replicare. Ma ha anche evidenziato l’enorme potere degli algoritmi, definiti “una bestia terribile”, continuamente mutevole e difficilmente interpretabile persino da chi li governa. E proprio la velocità con cui evolve la tecnologia — ha osservato — rende oggi quasi impossibile regolare i fenomeni con i tempi tradizionali delle istituzioni.
Viganò: ‘I social stanno ridefinendo l’idea stessa di relazione’ ‘Non basta fare leggi: servono responsabilità educativa e un nuovo modello sociale’, ha detto

Al Festival dell’Economia di Trento il vice cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e Scienze Sociali, Dario Edoardo Viganò durante il panel ‘I diritti dei minori nell’era del digitale’ ha richiamato il rischio antropologico legato all’iperconnessione dei minori. “I rischi non sono solo dipendenza digitale, ma una trasformazione profonda del modo in cui bambini e adolescenti percepiscono le relazioni, la memoria e perfino la propria esperienza dell’infanzia”.
Secondo Viganò, il fenomeno dell’iperconnessione giovanile è ormai strutturale. Citando una ricerca di Save the Children, il vice cancelliere ha ricordato come oltre il 35% dei minori utilizzi più piattaforme social contemporaneamente, mentre in Italia, tra gli 11 e i 13 anni, il 62,3% usa almeno un social network. A questo si aggiungono i dati di una ricerca promossa dal Ministero del Made in Italy insieme all’Università Cattolica di Milano: il 94% dei minori sopra i 16 anni possiede uno smartphone, il 70% dei bambini tra gli 8 e i 10 anni accede già a social e piattaforme streaming e circa il 20% trascorre online oltre quattro ore al giorno.

“C’è un tema di dipendenza importante”, ha osservato Viganò, “che porta anche i nativi digitali a pensare che la relazione coincida con la connessione”. Una dinamica che si accompagna a una crescita di problemi legati all’ansia, alla depressione e all’aumento della propensione al suicidio tra gli adolescenti.
Per Viganò il tema non può essere affrontato soltanto attraverso nuove norme. “Intervenire con le leggi è un primo approccio”, ha spiegato, “ma poi serve un sistema che renda quelle leggi applicabili: il rapporto con le big tech, il ruolo delle istituzioni educative, il rapporto tra politica e scuola”.
Il nodo, però, è anche culturale e antropologico. “Oggi pensiamo che sia importante ciò che è ricercabile, non ciò che è memorabile”, ha detto. “Ciò che è ricercabile è frammentario, mentre ciò che è memorabile costruisce senso”. Un passaggio in cui Viganò ha richiamato anche il linguaggio cinematografico: “Il cinema non dimentica la realtà, ma il montaggio la organizza in una sequenza che crea significato”.
Secondo Viganò serve ripensare un modello sociale che aiuti le famiglie a ritrovare momenti di socializzazione reale, lasciando ai bambini la possibilità di ‘fare i bambini’.
Nel corso del dibattito è intervenuta anche Dominique Cappelletti della Fondazione Bruno Kessler, che fa parte anche del gruppo interdisciplinare di economisti e sociologi del centro FBK-IRVAPP, diretto da Mirco Tonin, realtà specializzata nella valutazione delle politiche pubbliche basata su evidenze scientifiche. Cappelletti ha richiamato il rischio dei bias dell’intelligenza artificiale nei percorsi educativi e di orientamento scolastico, in particolare rispetto alle discipline STEM. L’intelligenza artificiale non è neutrale. E quando entra nei processi educativi rischia di replicare — e amplificare — stereotipi e disuguaglianze già presenti nella società.
“Gli studi attuali dimostrano che quando si chiede a un sistema di intelligenza artificiale di generare materiali didattici per la scuola, il personaggio che ha il problema viene quasi sempre rappresentato da una donna, quello che lo risolve quasi sempre da un uomo”, ha spiegato Cappelletti. “E quando la richiesta è quella di consigliare un percorso scolastico, le ragazze hanno significativamente meno probabilità di vedersi indicare una strada in ambito STEM rispetto ai loro coetanei maschi, a parità di voti e risultati”.
In questo quadro si inserisce il progetto SPARKLE, promosso dalla Fondazione Bruno Kessler in 12 istituti comprensivi tra Trentino e Veneto. L’obiettivo è avvicinare ragazze e ragazzi alle discipline scientifiche attraverso attività pratiche e il contatto diretto con il mondo della ricerca, riducendo il peso dei condizionamenti culturali che ancora incidono sulle scelte formative.
Il confronto ha coinvolto anche Giulio Alicanti, Giuseppe Rizza, e Luca Tremolada . Sul tavolo, il tema di come la scuola possa diventare il luogo in cui contrastare le distorsioni prodotte dai sistemi digitali prima che le traiettorie formative si consolidino in modo difficilmente reversibile.
I grandi imperi digitali dettano le regole e gli Stati devono adattarsi

Al Festival dell’Economia di Trento due delle voci più autorevoli del dibattito pubblico italiano — Sabino Cassese e Paolo Benanti — si sono seduti allo stesso tavolo per ragionare su quello che non è più un tema tecnico ma una questione di potere: chi governa l’intelligenza artificiale, e secondo quali regole.
Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e figura di riferimento per chiunque in Italia ragioni seriamente di istituzioni e riforme, e Benanti, francescano, docente alla LUISS e oggi tra le voci più ascoltate in Europa sul rapporto tra tecnologia e umanesimo: due percorsi diversi, una diagnosi convergente. Il mondo che conoscevamo — fatto di Stati sovrani, organismi internazionali, diritto pubblico — sta cedendo il passo a qualcosa di radicalmente nuovo.
Il punto di partenza è stato un caso concreto, portato da Benanti: quello del giudice francese della Corte internazionale Nicolas Guillou, che dopo aver emesso mandati di arresto nei confronti di leader israeliani si è ritrovato isolato — bloccato l’accesso alle mail, alle carte di credito, al conto bancario. Per decisione non di un governo, ma di soggetti privati. “Si può essere giudici ed esecutori con un solo click”, ha detto Benanti. È questa la novità che Cassese ha poi sviluppato con la precisione che gli è propria: tra pubblico e privato si è costruito un diritto misto, dove le decisioni formalmente spettano agli Stati ma l’esecuzione — e quindi il potere reale — è nelle mani di pochi grandi operatori tecnologici privati, nati g sovranazionali, cresciuti a velocità che nessuna istituzione pubblica è riuscita a seguire.
La nuova globalizzazione, ha spiegato Cassese, non assomiglia a quella del dopoguerra. Nel 1945 furono gli Stati a costruire l’architettura internazionale — l’ONU, le istituzioni di Bretton Woods, il diritto internazionale moderno. Oggi la direzione è invertita: sono i grandi imperi digitali a dettare le regole e a pretendere che siano gli Stati ad adattarsi. Con una potenza economica che non ha precedenti storici e una capacità di penetrazione nella vita quotidiana — nelle decisioni, nelle relazioni, nell’informazione — che nessun attore pubblico del passato aveva mai raggiunto.
Benanti ha allargato il campo al rischio antropologico: la tendenza a trattare i sistemi di intelligenza artificiale come interlocutori affidabili, persino come figure di riferimento emotivo. Un’illusione che in alcuni casi ha avuto conseguenze tragiche. “Se non possiamo controllare le compagnie che la gestiscono, cerchiamo almeno un modo per limitarne l’accesso”, ha detto. Non ottimismo, non catastrofismo: “sfide”, ha preferito chiamarle, riconoscendo che il sentimento prevalente — soprattutto tra i giovani — è la preoccupazione.
Cassese ha concluso con una lucidità scomoda: le strade sono due, e nessuna delle due è semplice. O si costruisce un sistema di cooperazione internazionale — sul modello di quanto fatto, imperfettamente, per internet — oppure si torna indietro, a una globalizzazione più limitata e controllabile. L’ONU non è la soluzione: mettere d’accordo 193 volontà è strutturalmente impossibile. L’Europa potrebbe giocare un ruolo, ma sconta un limite costitutivo: è asimmetrica, e non tutti i suoi membri hanno la capacità di operare su scala globale.
Rimane aperta la domanda più difficile: chi ha la legittimità — e la forza — di governare ciò che nessuno Stato, da solo, riesce a contenere.
Una pubblica amministrazione in movimento, verso un futuro di cambiamenti

E lo scenario generale attuale è ben descritto dai numeri, come esposti dal ministro Zangrillo. Dal 2023 al 2025 sono state assunte 641 mila persone, con una ‘curva’ dei dipendenti pubblici che ora è in crescita dopo quasi un ventennio di difficoltà. Nel solo mese di gennaio 2026 sono stati inseriti nella pubblica amministrazione oltre 24 mila nuovi dipendenti, con particolare attenzione ai comparti della sanità e degli enti locali. E l’obiettivo, entro la fine di quest’anno, è l’assunzione di un numero compreso tra 200 e 250 mila unità di personale. Ancora, il portale di reclutamento oggi conta 3 milioni e 100 mila iscritti, dei quali un milione e 300 mila hanno meno di 35 anni ed il 56% del totale sono donne. L’obiettivo del milione di assunti in otto anni dunque è sfidante ma concreto, ha aggiunto il ministro Zangrillo, anche perché entro il 2032 coloro che andranno in pensione saranno circa lo stesso numero.
Per fare tutto questo, serve però dare tanto ai futuri dipendenti, quanto a chi già occupa una posizione, anche apicale, strumenti e possibilità che rendano la pubblica amministrazione stimolante, dinamica e aperta al cambiamento. “Non possiamo pensare ad un’organizzazione da quasi tre milioni e mezzo di persone che non sia in grado di premiare il merito – ha sottolineato Zangrillo. – Oggi questo, nella pubblica amministrazione, non accade. Parliamo di un contesto che non valuta il merito né costruisce percorsi meritocratici. Un grave problema al quale porremo rimedio con una legge pronta a entrare in vigore nella prima metà di giugno e che prevede valutazioni delle performance dei dipendenti, del loro comportamento organizzativo, così come la possibilità dei dirigenti di proporre i loro collaboratori per un premio. Abbiamo i decreti attuativi già pronti e così, dal primo gennaio 2027, questa disciplina diventerà un punto di riferimento”.
Un accenno poi al ruolo dell’intelligenza artificiale: “Una grande opportunità, ma non possiamo pensare ad un mondo gestito solo dalle macchine. Sarebbe pericoloso demandare le responsabilità solo a queste ultime. Personalmente spero non vedremo mai un mondo come questo”. Infine, il tema dei rinnossvi contrattuali: “Il nostro impegno è quello di chiudere tutta la tornata 2025-2027 entro quest’anno, anche se sarebbe bellissimo poterlo già fare entro l’estate. Abbiamo comunque già programmato le risorse per la tornata 2028-2030”.
Barrese racconta l’Italia di Intesa che scommette sulle PMI

Un viaggio dentro l’Italia delle PMI, ma anche una riflessione sul futuro del capitalismo familiare italiano, sul ruolo delle banche e sull’impatto dell’intelligenza artificiale. È questo il filo conduttore dell’incontro “Banche, economia dei territori e intelligenze artificiali”, organizzato al Festival dell’Economia di Trento con protagonista Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, intervistato da Maria Latella davanti a una sala gremita.
Barrese ha raccontato il tour di dieci tappe realizzato negli ultimi mesi attraverso l’Italia, durante il quale la banca ha incontrato oltre 6mila imprese, soprattutto piccole e medie aziende considerate “l’ossatura del Paese”. Un sistema che, ha ricordato, vale oltre l’80% del valore aggiunto nazionale, più del 70% dell’occupazione e circa metà dell’export italiano.
Tra i temi centrali emersi, il ruolo ancora decisivo dell’imprenditorialità giovanile. Secondo Barrese circa il 30% delle nuove imprese italiane nasce da under 35, con una presenza particolarmente forte nel Sud Italia. Un fenomeno favorito anche dagli effetti del PNRR e delle ZES, considerate strumenti capaci di creare opportunità e attrarre investimenti in una piattaforma geografica strategica come l’Italia nel Mediterraneo.
Accanto alla crescita delle startup, Barrese ha insistito soprattutto su un nodo strutturale: la carenza di capitale di rischio. “In Italia c’è moltissimo risparmio privato — tra i 12 e i 13 trilioni di euro — ma fatichiamo ancora a indirizzarlo verso startup e PMI”, ha spiegato, sottolineando la necessità di rafforzare il ruolo di fondi, investitori istituzionali e private equity.
Un altro asse forte dell’intervento ha riguardato il passaggio generazionale nelle imprese familiari, definito uno dei momenti più delicati per la sopravvivenza delle aziende italiane. Da qui il lavoro svolto dalla banca per favorire l’apertura del capitale, l’ingresso di consiglieri indipendenti e la costruzione di governance più solide, anche attraverso family office o fondi di investimento con quote di minoranza.
Per Barrese la sostenibilità non riguarda soltanto l’ambiente, ma soprattutto la governance. “La G dell’ESG è forse la parte più importante”, ha osservato, spiegando come molte imprese riescano a superare il primo passaggio dal fondatore ai figli, ma entrino in crisi al momento del trasferimento generazionale tra cugini, dove emergono conflitti spesso devastanti per la continuità aziendale.
Da qui anche una riflessione sul nuovo ruolo del banchiere. Non più soltanto gestore del credito, ma figura di accompagnamento nei momenti cruciali della vita personale e imprenditoriale dei clienti. “Bisogna essere anche un po’ psicologi”, ha ammesso Barrese, parlando del rapporto costruito negli anni con famiglie e imprenditori.
Export italiano: obiettivo 700 miliardi a prova di Cina e dazi

Il Gruppo Il Sole 24 Ore ha due novità: l’Osservatorio Giappone, un hub informativo multimediale nato sulla scia di Expo, e Expand, una piattaforma digitale creata con Confindustria per aiutare gli imprenditori a decifrare i nuovi dati dei mercati esteri. Nonostante guerre, dazi e barriere, l’export resta il motore d Italia. Oltre ai pilastri tradizionali come moda, cibo e arredo, volano l aereospazio, la farmaceutica e la manifattura avanzata. La bussola delle previsioni è saltata dopo la pandemia, ma il traguardo del governo resta chiaro: raggiungere i 700 miliardi di euro di beni esportati entro la fine del 2027.
Secondo Matteo Zoppas, presidente Ice il vero nemico non sono le tariffe doganali o il cambio euro-dollaro, ma la concorrenza. La Cina, ad esempio, sta migliorando nettamente sul design e sulla qualità dei prodotti, attaccando direttamente il punto di forza del made in Italy.
La rotta asiatica e il sistema Italia.
Da Tokyo, l’ambasciatore Mario Vattani ha evidenziato il potenziale enorme del Giappone, un mercato solido da 12 miliardi di interscambio che ha mostrato un grandissimo interesse per l’Italia durante l Expo di Osaka. Per vincere all’ estero, però, serve fare squadra tra imprese e istituzioni.
In questa direzione si muove il Gruppo Il Sole 24 Ore. L’ad Federico Silvestri ha annunciato due novità: l’Osservatorio Giappone, un hub informativo multimediale nato proprio sulla scia di Expo, e Expand, una piattaforma digitale creata con Confindustria per aiutare gli imprenditori a decifrare i nuovi dati dei mercati esteri.
Il nodo delle dimensioni e il passaporto della qualità.
Per Maurizio Tarquini la vera debolezza italiana è la taglia delle aziende. Per vendere stabilmente in mercati chiave come India, Messico o Canada servono struttura e capitali. La ricetta è spingere su aggregazioni e fusioni tramite incentivi fiscali, sfruttando un potenziale industriale enorme ma ancora inespresso.
Infine, Ruggero Lensi e Fulvio Giorgi hanno ricordato l’importanza cruciale delle certificazioni di qualità. In un mondo instabile, le regole condivise e i bollini internazionali non sono burocrazia, ma un vero e proprio passaporto per superare le barriere doganali.
Il Cortile e la velocità. Ravasi a Trento lancia ‘Communiter’

C’è un cardinale che cita Alexander Langer. È già una notizia, in sé. Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e fondatore del Cortile dei Gentili, non era un ospite scontato al Festival dell’Economia di Trento. Due anni fa aveva deciso di non tornare: stufo del ruolo che gli veniva assegnato, quello del garante etico chiamato a dare profondità morale a un evento economico, senza libertà di spaziare dove voleva. Questa volta le condizioni erano evidentemente diverse. Era a Trento per uno dei panel del Festival, in dialogo con Debora Rosciani di Radio 24. Con lui, quattro giovani della Consulta giovanile dell’iniziativa — credenti e non, under 35 — e il latinista Ivano Dionigi, rettore emerito di Bologna.
Il Cortile dei Gentili è una creatura ibrida: 40 accademici nel comitato scientifico, 50 giovani nella consulta fondata nel 2019, un metodo — il dialogo come fine e non come mezzo — e una vocazione dichiaratamente non confessionale. “È fatto per il dialogo, l’incontro e l’abbraccio su temi capitali complessi dell’attualità”, ha detto Ravasi. L’abbraccio, nel lessico ravassiano, non è una metafora affettuosa: è una categoria epistemica.
I quattro giovani hanno parlato ciascuno da un angolo diverso dello stesso problema. Lorenzo Massarenti, dottorando in economia a Unimore, ha messo sul tavolo la domanda che l’economia politica mainstream tende a rimuovere: chi si appropria del valore generato dalla trasformazione tecnologica? “Sono preoccupato che il lavoro resti schiacciato da questo potere tecnologico senza limiti.” Dafne Tomasetto, studentessa alla Sapienza, ha portato la concretezza: giornata lavorativa infinita, strumenti di lavoro identici a quelli del tempo libero, 16mila posti tagliati ogni mese negli Stati Uniti. Beatrice Pecchiari ha parlato di solitudine e cyberbullismo — la dimensione reale che si assottiglia dietro quella social. Davide Laezza, assessore a Forio d’Ischia, ha ricordato che il diritto alla connessione non è ancora universale, e che restare nei propri luoghi non dovrebbe significare sconfitta.
Il momento più denso è arrivato con Dionigi. Il latinista ha evocato il contrappunto che Alexander Langer — politico, intellettuale e attivista trentino, figura simbolo dell’ambientalismo europeo degli anni Ottanta e Novanta — oppose al motto olimpico: alla triade “Citius, altius, fortius” — più veloce, più alto, più forte — rispose con “Lentius, profundius, suavius”: più lento, più profondo, più dolce. Non è un dettaglio da poco, in un Festival dell’Economia, in una città che fu anche di Langer.
Ravasi ha ricordato che il CIO nel 2021 ha aggiunto una quarta dimensione al motto olimpico: ‘Communiter’ — insieme. Motto che oltre che nello sport dovrebbe essere anche nella società.
La musica live è un’industria da miliardi. Parola di ministro
I concerti non sono più solo un rito pagano, ma una vera e propria industria pesante. Lo dicono i numeri record portati da Bruno Sconocchia, presidente di Assoconcerti, in Sala Depero: oltre 40 mila spettacoli di musica leggera in Italia, più di 26 milioni di spettatori e incassi che hanno sfondato il muro del miliardo di euro.
I grandi eventi fanno girare l’economia dei territori. Uno studio dell’Università di Pisa sui live di Taylor Swift e David Gilmour rivela che, a fronte di una spesa iniziale di un miliardo, il ritorno per il Paese è di ben 4,3 miliardi di euro, grazie a oltre 11 milioni di pernottamenti. In media, ogni spettatore genera un indotto di 208 euro.
Per il ministro del turismo Gianmarco Mazzi la musica è un volano formidabile, capace di attrarre l’interesse dei ricchi mercati arabi e del turismo indiano, che da solo vale 4 miliardi. Strumenti come l’Art Bonus non sono semplici sconti fiscali, ma l’orgoglio di cittadini e imprese che sostengono il patrimonio italiano. Con una media di 110 spettacoli al giorno, l’Italia unisce comunità e business.

Le prossime tappe? Il ministro ha annunciato per il 22 giugno a Roma l’evento Vita contro il disagio giovanile, e una grande iniziativa il 27 settembre per la Giornata mondiale del turismo. Infine, l’obiettivo più suggestivo: la candidatura della canzone napoletana a patrimonio UNESCO, con il traguardo di portare a Napoli un milione di turisti nel 2028.
Zanzara e Pulp: quando il podcast fa a pezzi il politichese

Prendi la provocazione radiofonica de La Zanzara con Giuseppe Cruciani e David Parenzo, uniscila all’irriverenza digitale di Pulp con Fedez e Mr. Marra e ottieni il sold out del Teatro Sociale al Festival dell Economia di Trento. Lo show live si è trasformato in un processo senza sconti al giornalismo tradizionale.
Il nuovo potere del microfono.
Il fulcro del dibattito è stata l ‘ormai celebre intervista di Pulp alla premier Giorgia Meloni prima del Referendum costituzionale. Un colpaccio che ha ridefinito le regole della comunicazione politica.
Secondo Cruciani alla Zanzara ormai parlano di freak perché la politica annoia. Ha aggiunto che Fedez e Marra hanno fatto qualcosa di straordinario: due estranei ai palazzi che intervistano la Premier e ottengono più notizie dei giornalisti tradizionali, semplicemente perché non usano il politichese.
Fedez ha tirato una stoccata ai talk show italiani, spiegando che ospitano sempre le stesse facce con lo stesso linguaggio. Ha chiarito di aver approcciato la politica per curiosità personale e di non sentirsi inferiore ai giornalisti, sottolineando come la loro intervista alla Meloni non avesse differenze rispetto a quella fatta da Mentana.
Le caratteristiche del format: onestà e diffidenza.
Mr. Marra vola basso e guarda al futuro, definendo l’intervista alla Premier un punto di partenza e non di arrivo. Il mercato dei podcast è ormai maturo e i politici iniziano a fiutare il mezzo: se Renzi si è prestato subito al gioco, Vannacci si è mostrato più tentennante.
I creatori di Pulp hanno spiegato che molti politici temono l’imboscata e per questo non si presentano. L’obiettivo è far parlare l’ ospite facendo domande vere per ‘rispetto del pubblico e per non farsi prendere in giro’.
Fedez e Marra hanno lanciato in anteprima la bomba sulla puntata in arrivo lunedì 25. L’ospite sarà Paolo Zampolli, l’uomo Trump in Italia noto per le vicende legate ai dossier di Epstein, che in passato aveva chiesto ai due creator ben 5 milioni di euro per danni di immagine. Poi ci ha ripensato: dalle aule di tribunale al microfono del podcast, la nuova informazione passa da qui.

Foto in apertura (Giovanni Battaiola; Maurizio Rossini; Federico Silvestri; Flavio Deflorian; Monica Baggia; Carmela Colaiacovo; Maurizio Fugatti; Emanuele Orsini; Fabio Tamburini).
Questa rassegna è stata fatta grazie alla documentazione prodotta dall’ufficio stampa del Festival dell’Economia di Trento e con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale generativa.












