Papa Prevost Leone XIV (foto LaPresse)

Il fisico sparito nel 1938 che oggi vale miliardi

Condividi

Lunedì Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica sull’intelligenza artificiale. La data non è casuale: 15 maggio, anniversario della Rerum Novarum. Leone XIII scriveva mentre il mondo entrava nell’era delle fabbriche. Leone XIV lo fa mentre entra nell’era degli algoritmi.

A un certo punto il Papa mette in guardia da una tentazione molto precisa: quella di credere che tutto possa essere tradotto “in dati e prestazioni”. Ed è difficile non pensare a Ettore Majorana.

Perché Majorana oggi non è interessante soltanto come grande fisico o come mistero italiano. È interessante perché rappresenta quasi l’opposto dell’intelligenza che stiamo costruendo nelle macchine.

L’11 maggio, alla Biblioteca del Senato, è stata presentata la nuova biografia Vita di Ettore Majorana di Francesco Guerra e Nadia Robotti. Un lavoro molto rigoroso, lontano da tutta la narrativa costruita per decenni attorno alla sua sparizione. Gli autori arrivano a una conclusione abbastanza semplice: morte probabile entro il 1939. Fine. Nessuna prova seria di conventi, fughe in Argentina o vite segrete.

Eppure il paradosso è che, mentre la sua storia personale lentamente si chiude, il suo nome continua a espandersi nel futuro.

Microsoft ha chiamato Majorana 1 il proprio progetto quantistico più avanzato. Google, IBM e altri laboratori stanno investendo miliardi nella stessa direzione. Tutto ruota attorno a una teoria pubblicata da Majorana nel 1937, un anno prima della scomparsa: l’idea di particelle che coincidono con la propria antiparticella e che potrebbero permettere computer quantistici molto più stabili.

Detta così sembra quasi una nota tecnica. In realtà significa che una parte enorme del futuro tecnologico mondiale potrebbe poggiare sull’intuizione di un uomo sparito nel 1938.

Ed è questo che colpisce.

Perché oggi siamo abituati a immaginare l’intelligenza come accumulo di dati, capacità di elaborazione, velocità computazionale. Majorana invece lavorava in modo quasi opposto. Pubblicava pochissimo. Distruggeva appunti. Parlava poco. Non costruiva enormi sistemi. Intuiva strutture teoriche che gli altri ancora non vedevano.

Enrico Fermi disse che apparteneva alla categoria di Galileo e Newton. E detta oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, quella frase pesa ancora di più.

Perché le IA sono straordinarie nel riconoscere correlazioni, simulare linguaggio, ordinare quantità immense di informazioni. Ma Majorana sembra appartenere a un’altra zona della mente: quella delle intuizioni che arrivano prima dei dati, prima delle verifiche, quasi prima della realtà stessa.

È probabilmente questo il motivo per cui continuiamo a parlare di lui più che di altri fisici del Novecento. Non solo per la sparizione. Ma perché incarna una forma di intelligenza che continua a sembrarci irriducibile al semplice calcolo.

Forse un giorno le macchine arriveranno anche lì. Forse no. Questo articolo, del resto, è stato sviluppato con supporto IA. Ma intanto resta un fatto quasi ironico: una delle tecnologie più futuristiche del pianeta continua a portare il nome di un uomo silenzioso, isolato, quasi invisibile, che aveva capito qualcosa ottant’anni prima di tutti gli altri.