Giampaolo Rossi, Roberto Sergio, Marinella Soldi (Foto LaPresse)

Piano immobiliare Rai, Rossi: non è piano di dismissioni. Sergio: razionalizzazione spazi e costi tra criteri

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In audizione in commissione Cultura, l’ad del servizio pubblico è tornato a difendere il dossier sugli immobili in vendita. Non è un piano per far cassa, spiega, ma per sostenere la trasformazione del servizio pubblico. Razionalizzare spazi per ridurre costi e liberare risorse da reinvestire i criteri di scelta, aggiunge il dg Sergio

“Il piano immobiliare non va letto come un dossier meramente patrimoniale. Ma costituisce un pilastro del piano industriale e, dunque uno degli strumenti attraverso cui la Rai sta ultimando la sua storica transizione verso una digital media company”. Così l’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, si è espresso durante l’audizione in commissione Cultura alla Camera.

Non un piano per far cassa

Il dossier, che coinvolge in tutto 15 immobili di proprietà del servizio pubblico distribuiti sul territorio nazionale, nelle ultime settimane è finito al centro dell’attenzione e delle critiche soprattutto perchè nell’elenco sono inseriti edifici simbolo come l’area di Largo Sempione a Milano, Palazzo Labia di Venezia e lo storico teatro delle Vittorie di Roma.
“Desidero chiarire subito – con la massima nettezza, perché su questo punto si è alimentata confusione spesso strumentale nell’ultimo periodo – che non siamo di fronte a un ‘piano di dismissioni’, ma a un piano immobiliare organico, prospettico, di medio-lungo periodo, finalizzato a riordinare e sviluppare il patrimonio Rai attraverso un insieme coerente di azioni: ristrutturare, rifunzionalizzare, costruire, valorizzare e, solo ove strettamente necessario, dismettere”, ha puntualizzato Rossi.
Si parla, ha spiegato l’ad, “di un portafoglio esteso sull’intero territorio nazionale – sedi direzionali, sedi regionali, grandi centri di produzione televisiva e radiofonica – pari a circa 750 mila metri quadrati lordi, con un’età media di più o meno 40 anni. In molti casi, dunque, si tratta di spazi obsoleti, concepiti per un modello di utilizzo ormai superato”. Mantenere l’assetto attuale “avrebbe comportato, nel futuro a venire, ingenti investimenti per ammodernamenti strutturali e impiantistici, adeguamenti normativi, sicurezza ed efficienza energetica, con un impatto finanziario crescente non compatibile con il contesto economico e con le priorità industriali dell’Azienda”.

Immobili individuati con criteri precisi

L’individuazione degli immobili da porre in vendita “è avvenuta sulla base di criteri oggettivi: livello di utilizzo effettivo degli spazi, coerenza con il modello organizzativo e produttivo, costi diretti e indiretti di gestione, investimenti futuri non sostenibili, presenza di alternative logistiche disponibili o programmabili”, ha spiegato poi. Rimarcando che il piano non è stato “concepito per ‘fare cassa’, né può essere raccontato come un arretramento del Servizio Pubblico; al contrario, esso mira a trasformare un costo del passato in un’infrastruttura strategica per il futuro”.

La “dismissione quando prevista, non è il fine – ha aggiunto – è uno degli strumenti, e viene utilizzata in modo selettivo, dentro una logica industriale larga e complessiva, come ben confermato dal nostro ultimo bilancio 2025, da pochi giorni approvato in Cda”, ha aggiunto, senza lesinare dettagli sui risultati economici positivi registrati. “Siamo tornati a un utile netto consolidato positivo d 9,3 milioni, risultato straordinario, dopo otto anni di sostanziale pareggio, il quarto migliore risultato degli ultimi diciotto anni, conseguito in un contesto particolarmente sfidante e senza il ricorso a leve straordinarie, come è spesso accaduto in passato”. “Segno segno concreto di un’azienda sta ritrovando solidità, disciplina e gestione rigorosa, tanto da poter riconoscere, e ne sono davvero orgoglioso, per la prima volta il 100% del premio di risultato ai dipendenti”, ha rimarcato.

“Mi assumo un impegno chiaro: la Rai porterà avanti questo percorso con ordine, rigore e trasparenza, perché quando si gestisce un patrimonio che, in ultima analisi, appartiene a tutti, la prima regola è rispondere nel merito, rispondere nel tempo, anche quello futuro, e rispondere con impegno e consapevolezza”. “E sarà su questi risultati, non sulle polemiche o non sulle scorciatoie mediatiche, che la Rai chiede di essere compresa e valutata”, ha affermato quindi.

Piano industriale ambizioso

L’ad è tornato poi a parlare anche del valore complessivo del Piano Industriale, che ha definito “ambizioso, sfidante e di rottura rispetto al passato, senza precedenti, come ritenuto dagli addetti ai lavori”.
Si tratta, ha aggiunto Rossi di “un piano che accompagna e sostiene il completamento della trasformazione digitale dell’azienda e lo fa con un prospetto di investimenti ‘tecnologici’ incrementali nel periodo 2024-2026 di oltre 100 milioni”.

“Stiamo trasformando la Rai da broadcaster tradizionale, semplice emittente di contenuti lineari, in un vero ecosistema mediale e narrativo, capace di intercettare target diversi, in ogni momento e su ogni dispositivo, e di mantenere, grazie ad agilità, autonomia e competitività, un posizionamento centrale nello scenario di mercato, oggi dominato dai nuovi colossi e player globali”, ha chiosato.
“L’obiettivo è quello di preparare il terreno per una rivoluzione strutturale che interessi in modo sistemico i modelli editoriali, l’organizzazione, le modalità, gli spazi e le sedi di lavoro, le infrastrutture tecnologiche, nonché la sostenibilità economico-finanziaria e ambientale”, ha detto ancora. “Un nuovo modo di pensare il Servizio Pubblico”.

Sergio: razionalizzazione spazi e riduzione costi tra criteri

Insieme a Rossi, nella seduta di audizione è intervenuto anche il direttore generale della Rai, Roberto Sergio, che ha anticipato – tra l’altro – che il 10 giugno sarò in Vigilanza Rai, sempre per parlare del piano immobiliare.

Nel suo intervento, Sergio si è soffermato sui criteri su cui il dossier è stato realizzato, criteri che – ha detto – vanno dalla “razionalizzazione degli spazi in coerenza con i fabbisogni produttivi e editoriali”, al “progressivo superamento della frammentazione logistica di luoghi produttivi”, passando per “la riduzione strutturale dei costi di locazione e gestione, nonché la valorizzazione degli immobili non più funzionali alle esigenze del servizio pubblico”.
Caso simbolo, su cui si è largamente soffermato è quello del teatro delle Vittorie, che “nasce nel 1938 come sala cinematografica e teatrale, inserita all’interno di un condominio in via Col di Lana Prati”, e che ora, con la sua struttura, presenta “una serie di criticità che ne limitano fortemente l’utilizzo operativo come studio televisivo”, “con sistemi obsoleti che richiederebbero investimenti rilevanti e tempi di fermo prolungati, senza peraltro poter risolvere completamente le tematiche acustiche e di contesto”. “Un esempio su tutti: oggi non è più possibile usare il teatro in orari serali per le trasmissioni in diretta a causa di forti vincoli su impianti e impatti acustici derivanti dal contesto residenziale limitrofo”, ha scandito Sergio. Precisando che “tutto il management aziendale è pienamente consapevole del valore simbolico del Teatro delle Vittorie, ma le esigenze produttive contemporanee richiedono spazi diversi per dimensioni, flessibilità ecapacità di adattarsi a format e modelli produttivi che sono radicalmente mutati”.

Meno frammentazione e risorse da investire

“Gli obiettivi sono chiari”, ha proseguito, citando alcuni casi particolari – come i nuovi spazi in costruzione a Saxa Rubra, la riorganizzazione della presenza a Torino o Napoli. “Si riduce la frammentazione logistica, diminuisce il ricorso a immobili in locazione e si liberano risorse da reinvestire in tecnologia, contenuti e qualità produttiva”, ha rimarcato, soffermandosi poi sulla situazione a Milano, dove, lasciando la sede di Corso Sempione, la scelta è quella di avere “un nuovo Centro di Produzione a MiCo Nord è pensata per concentrare attività oggi distribuite su più siti e dotare la Rai di un’infrastruttura di nuova generazione”.

Gli stessi principi di razionalizzazione – tra costi e strutture – investono anche le scelte sulla presenza regionale. “Anche su questo fronte la linea è chiara”, ha spiegato Sergio, “mantenere un presidio capillare sui territori, con un ripensamento degli spazi, così da renderli più funzionali, efficienti e in linea con le esigenze operative contemporanee”.

Vendita come scelta legittima

“endere alcuni immobili non strategici della RAI è una scelta legittima – e in alcuni casi necessaria – se inserita dentro una visione industriale moderna del servizio pubblico”, ha aggiunto, tirando le conclusioni. “Il punto centrale non è ‘vendere patrimonio’, ma distinguere tra patrimonio strategico e patrimonio che non risponde più alle esigenze produttive, tecnologiche ed economiche di una moderna media company”, ha spiegato poi Sergio. “Il tema non può essere affrontato in termini emotivi o simbolici soltanto”, ha rimarcato, prendendo ancora a riferimento il teatro delle Vittorie.

“Oggi il servizio pubblico non si misura più soltanto nella conservazione fisica di strutture storiche, ma nella capacità di produrre contenuti competitivi, innovativi e accessibili su tutte le piattaforme”, ha proseguito. “Se un immobile: è sottoutilizzato, richiede investimenti enormi, non è più centrale nella filiera produttiva oppure può essere valorizzato economicamente, allora la sua dismissione può diventare uno strumento di rafforzamento industriale dell’azienda”, ha detto ancora. Per cui ribaltando la prospettiva l’argomento più forte diventa come saranno reinvestite “le risorse liberate dalla valorizzazione immobiliare”. “In altre parole: meno immobilizzazione patrimoniale, più investimento industriale”, la chiosa.