Il salario giusto rischia di preludere al contratto unico

Condividi

Gli editori preoccupati dell’iter parlamentare al decreto del governo per contrastare retribuzioni inadeguate

È apparso sul Notiziario USPI un intervento dedicato al decreto legge sul ‘’salario giusto’’ in discussione in Parlamento. L’Associazione della stampa periodica si fa interprete della preoccupazione, avvertita nel settore editoriale, che il provvedimento possa essere interpretato o modificato, attraverso particolari emendamenti, in modo estensivo così da trasformare il contratto FIEG-FNSI nel riferimento complessivo per tutti i giornali.

L’obiettivo del decreto sul salario giusto, pubblicato a fine aprile sulla gazzetta ufficiale, è quello rafforzare la tutela dei lavoratori, contrastare retribuzioni inadeguate e valorizzare la contrattazione collettiva più rappresentativa. Il punto critico, però, riguarderebbe il significato da attribuire al trattamento economico complessivo, il cosiddetto TEC.

Alcuni ambienti editoriali segnalano il rischio che il TEC venga esteso ben oltre le componenti retributive essenziali, fino a includere elementi come scatti di anzianità, automatismi contrattuali, indennità strutturali, componenti differite e altri istituti propri della storia e dell’architettura di singoli contratti collettivi.

In questo modo – osservano gli stessi ambienti – il contratto preso a parametro non resterebbe più un semplice riferimento economico per verificare la sufficienza della retribuzione, ma potrebbe diventare il veicolo attraverso cui imporre indirettamente l’intero impianto di un solo contratto collettivo.

Se si dovesse assumere il contratto FIEG-FNSI come parametro complessivo e generalizzato per tutte le realtà editoriali giornalistiche significherebbe trattare come uguali realtà operative che oggi sono sempre più differenziate.

I grandi quotidiani cartacei nazionali, i giornali digitali, le testate online locali, i periodici territoriali e la piccola editoria presentano strutture economiche, organizzative e produttive profondamente diverse che non possono essere trattate come eguali, tali da rientrare in un unico contratto.

‘’Il salario giusto – rileva l’Uspi, che ha sottoscritto con la Fnsi uno specifico contratto per le testate periodiche e locali – è una soglia di dignità. Il contratto unico è un modello di uniformazione. La prima prospettiva tutela il lavoratore; la seconda rischia di comprimere il pluralismo contrattuale e di ignorare le differenze reali tra comparti, imprese, mercati e modelli organizzativi’’.

Secondo l’Uspi occorre vigilare affinché, nel corso dell’esame parlamentare, il provvedimento venga trasformato in qualcosa di diverso da ciò che il Governo sembra avere voluto: non una legge sul salario giusto, ma di fatto diventi una legge sul contratto unico.

La questione – concludono le fonti editoriali – non è indebolire la tutela del lavoro giornalistico. Al contrario: si tratta di evitare che una giusta battaglia contro le retribuzioni povere si trasformi in un meccanismo rigido, sproporzionato e costituzionalmente vulnerabile.

Infatti sul piano costituzionale, il problema sarebbe rilevante. L’articolo 36 della Costituzione impone una retribuzione proporzionata e sufficiente, ma non prescrive l’applicazione generalizzata di un unico contratto collettivo. L’articolo 39 tutela la libertà sindacale e contrattuale. L’articolo 3, nella sua dimensione di ragionevolezza, impedisce di trattare in modo identico situazioni profondamente diverse.





Foto: Walter Rizzetto (FdI), che guida la Commissione Lavoro della Camera