C’è una logica, neppure troppo nascosta, nella nomina che Leone XIV ha firmato il 30 giugno. Padre Lucio Ruiz, argentino, per undici anni segretario del Dicastero per la Comunicazione, lascia il mondo dei media vaticani per quello dell’Elemosineria apostolica e dal 1° settembre sarà segretario del Dicastero per il Servizio della Carità, il braccio con cui il Papa tocca concretamente le povertà del mondo. Un cambio di reparto, certo. Ma chi conosce come me la traiettoria di Ruiz sa che lo sguardo, semmai, resta lo stesso — solo applicato a una materia diversa.
Mons. Ruiz alla comunicazione lo aveva chiamato Francesco nel giugno del 2015, quando quella che oggi è un dicastero si chiamava ancora Segreteria per la comunicazione ed era poco più di un progetto su carta. Lui c’era dal primo giorno, e l’ha accompagnata per tutta la sua difficile crescita con la fusione di nove realtà mediatiche diverse, le inevitabili resistenze, qualche errore di percorso che lui stesso, salutando i colleghi, ha avuto l’onestà di riconoscere. “Perdono e grazie”, ha detto. Perdono per gli inciampi degli inizi, grazie per la fecondità della strada fatta insieme.
La sua impronta più riconoscibile, però, è probabilmente quella che ha lasciato sul terreno più nuovo di tutti e’ il progetto per la Chiesa che abita la rete. È stato Ruiz a curare, nel luglio del 2025, il Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici, l’evento che ha portato a Roma migliaia di giovani — e meno giovani — che ogni giorno provano a portare il Vangelo dentro i social, tra un reel e un commento. Un’intuizione tutt’altro che scontata, in un ambiente che spesso guarda al digitale con sospetto. Ruiz invece ha capito prima di altri che quei ragazzi con uno smartphone in mano non erano una minaccia da contenere, ma una forma nuova — e forse irriverente, forse imperfetta — di apostolato.
E poi c’è il ricordo che molti, in questi giorni, hanno riportato a galla. Durante il Covid, mentre il mondo si fermava, fu lui a curare il volume fotografico legato alla Statio Orbis del 27 marzo 2020: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?“, il titolo preso di peso dal Vangelo della tempesta sedata. Erano le immagini di Francesco solo, sotto la pioggia, in una piazza San Pietro spettrale e deserta — una delle icone più potenti di quella stagione. Tenere insieme quelle fotografie, farne memoria perché non andasse perduta né la paura né la speranza che le attraversava, fu un lavoro di comunicazione nel senso più alto: dare forma a un dolore collettivo senza tradirlo.
Ruiz nelle sue dichiarazioni ha evidenziato che porta nell’Elemosineria — affiancando il prefetto, il vescovo agostiniano Luis Marín de San Martín — la stessa idea di servizio che ha provato a interpretare alla comunicazione ovvero stare accanto al Papa «missionariamente». Comunicare il Vangelo e fare la carità, del resto, sono due verbi che si assomigliano più di quanto sembri perché entrambi chiedono di uscire da sé, di chinarsi, di non ridurre nessuno a numero.
Salutando i suoi, padre Lucio ha usato una parola che resta. Diceva di sentire la «paternità di un progetto fatto e iniziato». E aggiungeva: “la paternità non passa mai”. Vale per il dicastero che lascia. Probabilmente varrà anche per quello che lo aspetta.












