Il rapporto di Aspen Institute Italia propone un cambio di metodo: conoscere davvero le tecnologie e le imprese prima di costruire la regolazione.
Per molti anni Bruxelles ha raccontato la competitività quasi esclusivamente attraverso le regole. Regolamenti, direttive, controlli, nuovi adempimenti. Il rapporto presentato da Aspen Institute Italia, realizzato insieme a LUISS Guido Carli, Politecnico di Torino e Chiomenti, prova invece a spostare il punto di osservazione. Lo fa all’interno di un percorso che si è concluso a Roma con le considerazioni di Angelo Maria Petroni, segretario generale di Aspen Institute Italia, e parte da una domanda tanto semplice quanto decisiva: l’Europa conosce davvero ciò che produce? Sa quali imprese custodiscono i passaggi più delicati delle proprie filiere tecnologiche, da chi dipendono e dove si trovano le vulnerabilità che potrebbero trasformarsi domani in un problema strategico?
È un cambio di prospettiva che interessa molto anche chi segue il mondo della comunicazione, del digitale e dell’innovazione. Per anni il dibattito europeo sulla tecnologia si è concentrato soprattutto sulle piattaforme, sui grandi operatori americani, sull’intelligenza artificiale e sulla produzione di nuove regole. Molto meno spazio è stato dedicato a ciò che rende possibile tutto questo: le filiere industriali, i laboratori di ricerca, i fornitori di componenti, le imprese che progettano macchine, software e semiconduttori. È lì, sostiene il rapporto, che oggi si gioca una parte della sicurezza economica europea.
Alessandro Aresu costruisce il ragionamento partendo da un confronto con gli Stati Uniti. Negli ultimi anni Washington ha investito nella conoscenza capillare delle proprie catene di approvvigionamento, coinvolgendo amministrazione pubblica, industria e ricerca nell’analisi delle vulnerabilità tecnologiche. L’Unione europea ha invece privilegiato un approccio prevalentemente regolatorio, sviluppando strumenti di controllo sugli investimenti e sulle esportazioni senza costruire con la stessa profondità una conoscenza delle proprie capacità industriali. La differenza, in fondo, è tutta qui: governare un settore significa prima di tutto sapere come funziona.
Il caso dei semiconduttori racconta bene questa distanza. Lo European Chips Act era nato con l’obiettivo di riportare l’Europa al centro della produzione mondiale di chip, ma oggi quel traguardo appare sempre più difficile da raggiungere. Secondo gli autori il problema non riguarda soltanto la disponibilità di risorse economiche. Prima ancora dei finanziamenti manca una mappa sufficientemente dettagliata delle competenze industriali europee, di chi produce cosa, di quali imprese rappresentino nodi essenziali della catena del valore e di come queste possano essere sostenute.
Da questa riflessione nasce l’approccio bottom-up che dà il titolo al rapporto. Invece di partire dalle istituzioni, si parte dalle imprese. Invece di costruire nuove strategie astratte, si prova a leggere il continente attraverso le sue capacità industriali. Gli studi dedicati a Italia, Francia, Germania e Paesi Bassi ricostruiscono così una geografia dei cosiddetti “campioni nascosti”, aziende spesso poco note al grande pubblico ma decisive per gli equilibri tecnologici europei.
Per chi osserva l’innovazione italiana emergono esempi come Technoprobe e Spea, protagoniste di segmenti altamente specializzati dell’industria dei semiconduttori. Nei Paesi Bassi il caso ASML dimostra invece come una leadership tecnologica possa generare un ecosistema di imprese, fornitori, ricerca e competenze capace di rafforzare un intero territorio. È una lezione che riguarda anche il modo in cui raccontiamo l’economia digitale. Molto spesso l’attenzione si concentra sulle piattaforme e sugli unicorni, mentre le aziende che rendono possibile quella crescita restano quasi invisibili.
Il rapporto dedica poi spazio ad alcuni paradossi europei. La Francia continua a rivendicare la propria sovranità tecnologica ma, in settori particolarmente sensibili, ha continuato negli anni a rinnovare i contratti con Palantir. La Germania, invece, si confronta con gli effetti del cosiddetto “secondo shock cinese”, che sta mettendo sotto pressione comparti storicamente centrali come l’automotive e la chimica. Situazioni diverse, accomunate però dalla stessa conclusione: senza una conoscenza profonda delle filiere industriali è difficile costruire politiche realmente efficaci.
Particolarmente interessante è il contributo firmato da Giulio Napolitano, insieme a Chiara Grazzini e Tommaso Mazzetti di Pietralata, dedicato al ruolo della regolazione europea nella competizione tecnologica. Nella lettura di questa parte, come dell’intero rapporto, mi sono avvalso anche del supporto di strumenti di intelligenza artificiale esclusivamente nella fase di sintesi documentale. Il punto più interessante dell’analisi non è tanto la critica al peso della regolazione, quanto la proposta di utilizzare il diritto come leva competitiva. Da qui nasce l’idea di un “ventottesimo regime” europeo dedicato alle imprese tecnologiche, capace di superare la frammentazione dei ventisette ordinamenti societari nazionali e offrire alle aziende innovative un percorso di crescita più semplice e più rapido.
Anche gli altri contributi seguono questa impostazione. Enzo Peluffo richiama il rischio che l’Europa rimanga intrappolata in una middle technology trap, continuando a innovare soprattutto nei comparti maturi invece che nelle tecnologie di frontiera, mentre Barbara Caputo propone una lettura della sovranità tecnologica che non coincide con l’autarchia, ma con la capacità di mantenere autonomia decisionale nelle tecnologie strategiche.
Il convegno conclusivo ha riunito attorno allo stesso tavolo università, imprese, giuristi e istituzioni, con gli interventi, tra gli altri, di Giulio Tremonti, Marta Dassù, Anne-Marie Descôtes e dello stesso Angelo Maria Petroni. Ed è forse proprio quest’ultimo aspetto a rappresentare il valore aggiunto dell’iniziativa. Più che proporre l’ennesima riflessione teorica sulla sicurezza economica, Aspen Institute Italia ha provato a costruire un dialogo tra mondi che troppo spesso procedono separati.
Alla fine resta soprattutto una sensazione. Negli ultimi anni l’Europa ha imparato a discutere di algoritmi, piattaforme, intelligenza artificiale e regolamenti. Molto meno tempo ha dedicato a capire chi costruisce davvero le tecnologie sulle quali tutto questo si regge. Il merito del rapporto è ricordare che la sicurezza economica non comincia nelle norme, ma nella conoscenza delle filiere industriali. È lì che nasce la competitività. Ed è da lì, suggerisce il lavoro di Aspen Institute Italia, che dovrebbe ripartire anche la politica europea.












