Intelligenza artificiale

Quando l’infinito torna a consumo: Meta e la lezione del vecchio modem

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C’è una scena che chi, come me, ha vissuto gli anni Novanta ricorda bene. Il modem che faceva quel rumore impossibile, la connessione che finalmente partiva e, dopo un po’, qualcuno che dall’altra stanza gridava di staccare Internet perché costava.

Non era una preoccupazione astratta, perché Internet andava a tempo e ogni minuto finiva in bolletta. Poi arrivò la tariffa flat, quella piccola ansia domestica scomparve e la connessione cominciò a sembrarci qualcosa di sempre disponibile, quasi senza costo. Non gratuita, naturalmente, ma percepita come tale.

A leggere quello che sta accadendo dentro Meta, viene da pensare che con l’intelligenza artificiale siamo tornati al modem.

L’azienda avrebbe comunicato a circa seimila sviluppatori e ingegneri che l’uso dei token dovrà essere seguito con maggiore attenzione. I token sono, semplificando, i pezzetti nei quali i modelli scompongono ed elaborano un testo quando ricevono una domanda e preparano una risposta. Sembrano poca cosa, ma moltiplicati per migliaia di persone che interrogano continuamente modelli diversi stanno diventando una voce di spesa da monitorare.

Meta sta quindi preparando un suo ‘AI Gateway’, una specie di contatore interno che permetterà di sapere chi usa cosa, quanto consuma e quanto costa. Dal 2027, secondo quanto riportano le ricostruzioni basate sui documenti interni, dovrebbero arrivare anche veri budget assegnati ai gruppi di lavoro.

Uno dei dati emersi è che, nell’arco di trenta giorni, l’utilizzo interno avrebbe raggiunto 73,7 mila miliardi di token. Un numero talmente grande che dice poco anche a chi è abituato a leggere i bilanci delle piattaforme. Dice però una cosa molto semplice: quando una tecnologia viene messa a disposizione senza che il suo costo sia visibile, si tende a usarla come se fosse infinita.

In Meta avevano perfino costruito una classifica, chiamata ‘laudeonomics’, dal nome di Claude, il modello di Anthropic molto utilizzato dai programmatori. La graduatoria comprendeva circa 85 mila dipendenti e mostrava i primi 250 utilizzatori. Ai più voraci venivano assegnati titoli come “Token Legend”.

Una trovata nata probabilmente per gioco e per spingere l’adozione. Il risultato è stato che più si consumava, più si appariva virtuosi. Come se in un’azienda il miglior automobilista fosse quello che brucia più benzina.

Poco dopo che l’esistenza della classifica è diventata pubblica, la dashboard è stata disattivata. Nel frattempo Andrew Bosworth, il responsabile tecnologico del gruppo, ha ricordato ai dipendenti che il numero di token utilizzati, da solo, non misura il lavoro prodotto.

È una frase semplice, ma mette a fuoco il problema. Per mesi molte aziende hanno chiesto ai dipendenti di usare l’intelligenza artificiale ovunque, anche per mostrare al mercato di essere entrate nella nuova epoca. Poco importava, almeno all’inizio, capire se una richiesta al modello facesse davvero risparmiare tempo, migliorasse un prodotto oppure servisse soltanto a riscrivere per la decima volta una mail già comprensibile.

È successo qualcosa di simile con Internet. Prima si contavano i minuti. Poi, con l’arrivo delle connessioni permanenti, aziende e uffici hanno cominciato a misurare la propria modernità dalla quantità di banda disponibile. Solo più tardi si è capito che essere connessi non significava automaticamente lavorare meglio.

Non è un ritorno indietro. Nessuno in Meta pensa di rinunciare all’intelligenza artificiale. L’azienda starebbe anzi cercando di indirizzare una parte dei dipendenti verso i propri strumenti interni di programmazione assistita, indicati nelle ricostruzioni con il nome MetaCode, riducendo il ricorso ai servizi esterni di OpenAI e Anthropic. In questo modo risparmia, raccoglie dati sull’uso reale e prova i propri prodotti su decine di migliaia di persone che, per mestiere, difficilmente gli faranno sconti.

Anche altrove i conti hanno cominciato a presentarsi. Uber, secondo quanto emerso nelle scorse settimane, avrebbe esaurito in circa quattro mesi il budget previsto per l’intero 2026 per gli strumenti di programmazione assistita dall’intelligenza artificiale, a cominciare da Claude Code e Cursor. Prima si incoraggia l’uso, poi arriva l’amministrazione e chiede quanto costa. È una storia aziendale molto meno futuristica di quanto sembri.

Parlandone con i miei studenti alla Sapienza e alla Lumsa, mi capita di osservare che una tecnologia diventa davvero adulta quando smettiamo di discuterne soltanto le possibilità e cominciamo a occuparci delle bollette. Vale per il cloud, per la banda, per l’energia dei data center. Adesso vale anche per i token.

Finché non si vedono, sembrano gratuiti. Quando compare il contatore, non si smette necessariamente di usarli. Si comincia, forse, a chiedersi perché.

Ed è probabilmente questa la notizia. Non che l’intelligenza artificiale costi: quello si sapeva e, del resto, anche per questo pezzo ho investito qualche token. Ma che, dopo la stagione dell’entusiasmo e dell’uso quasi obbligatorio, qualcuno abbia iniziato a domandare se ogni consumo produca davvero qualcosa.

Il vecchio grido ‘stacca Internet’ non tornerà. Ma nei corridoi di Meta potrebbe presto sentirsi il suo equivalente: va bene interrogare il modello, purché ci sia una ragione.