La giornalista Raffaella Calandra (inviata del Sole 24 Ore) è la nuova direttrice del Festival calabrese dedicato ai libri che parlano di organizzazioni criminali. In questa intervista spiega il suo programma
Lamezia, cittadina nota fuori dalla Calabria per il suo importante aeroporto internazionale, è apprezzata anche per i suoi impianti termali, il Museo archeologico, il castello normanno e la casa del Libro antico.
Ma da qualche tempo (2011) Lamezia è diventata una sorta di enclave (ideale) dove ogni anno nel mese di giugno si tiene un apprezzato Festival, denominato ‘Trame’, in cui si dà spazio ai libri che parlano di mafia.
I libri in alcuni casi sono solo un pretesto, perché spesso a Lamezia arrivano alti magistrati, personalità politiche e rappresentanti della società civile che spiegano, ricordano l’importanza criminale dei fenomeni mafiosi, tuttora una piaga non solo calabrese ma italiana.
Subito dopo la conclusione della quindicesima edizione di Trame è stato annunciato che per il prossimo anno la direzione è stata affidata alla giornalista Raffaella Calandra, inviata de ‘Il Sole 24 Ore’ e prima di ‘Radio 24’.
Vincitrice di diversi premi giornalistici, Calandra è tra l’altro docente della scuola di giornalismo ‘Walter Tobagi’ dell’Università Statale di Milano, di cui è stata vicedirettrice. Ma soprattutto, dal febbraio 2021 al primo semestre 2024 è stata responsabile comunicazione del Ministero della Giustizia, prima con Marta Cartabia, poi confermata da Carlo Nordio e infine le dimissioni, nell’agosto di due anni fa.
Prima – Raffaella Calandra, direttrice artistica di un festival di libri sulle mafie, quali sono le difficoltà di questo incarico?
Calandra – “Sono difficoltà che diventano sfide: rifuggire dalla retorica, continuando ad onorare la memoria. Raccontare i cambiamenti delle organizzazioni criminali e farlo con linguaggi capaci di raggiungere sempre più persone. E i giovani, che sono poi i veri protagonisti del festival Trame, a cominciare dai volontari provenienti da tutt’Italia. E poi, come sempre quando si parla di mafia, riconoscere ciò che è davvero autentico. Ci sono poi altre due difficoltà – e sfide – connesse col territorio: l’aspra Calabria, per dirla con Giorgio Bocca, continua a soffrire di quel cono d’ombra che ha permesso alla ’ndrangheta di diventare la mafia più ricca al mondo nella regione più povera d’Italia, per quanto la situazione sia un po’ migliorata. E poi la Calabria resta tra le regioni col più alto tasso di dispersione scolastica e la più bassa percentuale di lettori. Un festival letterario diventa allora un veicolo importante anche su questi fronti: per questo Trame, oltre ai giorni clou del festival a fine giugno, promuove durante tutto l’anno incontri a scuola e da tempo porta assaggi del festival anche in appuntamenti importanti per il mondo della cultura,
come il Salone del libro di Torino”.
Prima – L’edizione di quest’anno, la quindicesima, ha avuto 160 ospiti, con 73 eventi organizzati nell’area di Lamezia Terme. Un impegno organizzativo importante. Ha già pensato a come muoversi per la prossima edizione?
Calandra – “La nomina è stata annunciata a fine giugno, ho davanti un anno di lavoro. Il punto di partenza di ogni riflessione mi è però già chiaro: un festival come Trame deve trasmettere il messaggio che il contrasto alle mafie passa innanzitutto dalla difesa dello stato di diritto, nelle sue varie forme. Oggi è anche questo il ‘movimento culturale e morale’, di cui parlava Paolo Borsellino per riconoscere ‘la bellezza del fresco profumo della libertà, contro il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza e della complicità’. In un momento di crisi internazionale della democrazia, rafforzare una cultura costituzionale diventa allora essenziale, tanto quanto il racconto delle inchieste, il dovere della memoria, il valore della testimonianza e della denuncia.
E poi parlare con sempre più linguaggi, dai libri, ai reading, alla fotografia, alla musica, come già avviene. Dopo 15 edizioni di Trame, proveremo ad innovare raccogliendo il meglio di quanto seminato da chi mi ha preceduto, anzitutto Lirio Abbate, direttore della prima edizione realizzata insieme a Tano Grasso; poi Gaetano Savatteri e Giovanni Tizian, colleghi bravissimi che restano preziosi punti di riferimento”.
Prima – La mission principale del festival è la diffusione della cultura dell’antimafia. C’è ancora tanto bisogno di far sapere che la mafia esiste e che bisogna combatterla in tutti i modi?
Calandra – “Non bisogna mai smettere di raccontare i nuovi volti di mafie che da tempo evitano il clamore della violenza, per approfittare di ogni occasione di business e di ogni possibile varco. Nelle terre di origine, come nel nord d’Italia, anche se ogni tanto sembra lo si dimentichi. In quest’ultima edizione, ad esempio, è stata presentata la nuova edizione di “Mafia a Milano”, aggiornamento di un saggio su affari e delitti dei clan nella capitale economica del Paese. E poi ci sono i traffici internazionali, consolidati nel tempo grazie al supporto di una zona grigia popolata anche di troppi professionisti. Raccontare tutto questo contribuisce a portarlo alla luce e quindi a combatterlo”.

Prima – Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, ospite del Festival Trame, ha detto che ‘oggi le mafie sono sempre le stesse e completamente diverse, costellazioni di imprese che ingaggiano esperti di tecnologie digitali e usano l’intelligenza artificiale’. Per raccontare questo mondo che è cambiato pur conservando i codici istitutivi c’è bisogno di un giornalismo diverso, servono inchieste supportate da tecnici, c’è bisogno di un lavoro giornalistico diverso rispetto al passato. Qual è la chiave per raccontare la mafia, le mafie di oggi?
Calandra – “Proprio per questo parlo della necessaria difesa dello stato di diritto, essenziale per avere cittadini più consapevoli. Le mafie sono molto diverse da quelle raccontate nelle prime pagine storiche de La Repubblica in mostra nell’ultima edizione, dal delitto Dalla Chiesa alla strage di Capaci. Ma quella cifra di violenza va comunque richiamata, per non dimenticare e perché continua ad essere parte costitutiva dei clan. Ma le mafie si sono sempre rivelate molto abili ad approfittare di ogni novità. E questo vale anche per le potenzialità della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Per raccontarlo occorre sviscerare la forza di questi strumenti, che possono essere utilizzati perfino per condizionare il voto, come avvenuto ad esempio in Romania. E quando si altera l’equilibrio di check and balances, perno delle democrazie costituzionali, le mafie attecchiscono ancora più facilmente. La stampa svolge un ruolo essenziale. C’è allora bisogno di giornalisti che non smettano mai di mettersi in gioco, disposti ad un lavoro di inchiesta anche di gruppo, come spesso fanno i consorzi internazionali; che conoscano i nuovi strumenti della tecnologia, per riconoscerne eventuali falle e raccontarne il lato oscuro. Le mafie, ad esempio, da tempo utilizzano i bitcoin. Posso anticipare che ho già invitato per la prossima edizione il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, e il collega Salvo Palazzolo, di Repubblica, che hanno scritto un alfabeto della nuova mafia che sta per essere pubblicato e tocca anche questi aspetti”.

Prima – Anche Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, lo scorso mese a Lamezia ha introdotto un tema su cui il mondo dell’informazione dovrebbe riflettere. Ha detto che le mafie anche se non uccidono sono pericolose, perché con i milioni di euro ricavati dallo smercio della cocaina comprano attività commerciali, drogano il mercato, comprano pezzi di giornale, pezzi di televisione.
“Se compro l’informazione è un’involuzione democratica, e voi non saprete quello che accade nel mondo e quello che accade sul vostro territorio”. Il giornalismo è chiamato a vigilare anche su questo. Cosa ne pensa?
Calandra – “Sicuramente sì. Il giornalismo è un pilastro dell’equilibrio di pesi e contrappesi che ha garantito alle democrazie europee di vivere in pace negli ultimi 80 anni. Ma ora questo modello viene drammaticamente eroso in molti modi.
E le mafie ne approfittano. Per comprendere l’avvertimento del procuratore, pensiamo a quanto succede ad esempio con la propaganda della Russia di Putin. Da sempre le mafie provano a trasmettere la propria vulgata. Nel casertano, ad esempio, l’editore di alcuni quotidiani locali, la Libra Editrice, è stato condannato, sia pur 21 anni dopo i fatti, dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere per avere diffamato don Peppe Diana, il prete anticamorra ucciso nella sua chiesa di Casal di Principe il 19 marzo del 1994. Fu tra l’altro definito custode delle armi dei casalesi. Roberto Saviano ha denunciato tutto questo, come il tentativo dei clan di ridurre quell’omicidio ad una vendetta per storie di donne. Anche la mafia sa benissimo che l’informazione è potere”.
Prima – “Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità…” scriveva Leonardo Sciascia nel ‘Giorno della civetta’ (1961), indicando come seguire il denaro fosse la vera strada per colpire la mafia. Mentre ventisei anni dopo, il 10 gennaio 1987, sul Corriere della Sera, lo scrittore avrebbe riaperto il dibattito con il controverso articolo sui “professionisti dell’antimafia”. Sono tesi ancora attuali per una riflessione nei nostri tempi?
Calandra – “Come tutti i più grandi, Leonardo Sciascia ha visto prima temi che si sarebbero imposti tempo dopo. E che restano estremamente attuali: vale sia per la dimensione economica delle mafie – che Giovanni Falcone mise al centro del suo metodo di
indagine, il celeberrimo “follow the money” – sia ponendo la questione dei professionisti dell’antimafia. Come dicevo all’inizio,
riconoscere un autentico e disinteressato impegno antimafia resta una delle principali difficoltà e sfide”.












