Da qualche giorno si è tornati a parlare della guerra dei chip. L’agenzia Nova racconta come gli Stati Uniti stringono ancora le maglie sull’export dei semiconduttori più avanzati verso la Cina. Pechino risponde aumentando gli investimenti per costruire una filiera tutta nazionale. È una notizia che leggiamo spesso e che rischia quasi di annoiarci, perché i protagonisti sono sempre gli stessi: Nvidia, Huawei, data center, restrizioni, dazi.
Eppure, a forza di chiamarla ‘guerra dei chip’, forse stiamo guardando il dito e non la luna.
I chip non sono il traguardo ma il mezzo.
Il punto è un altro perché oggi il vero vantaggio competitivo nell’intelligenza artificiale non è avere una buona idea, e neppure il modello linguistico migliore ma avere abbastanza capacità di calcolo per svilupparlo e farlo crescere.
Qualche sera fa, cercando tutt’altro con il supporto dell’IA, mi sono imbattuto nella Scala di Kardašëv. È una teoria del 1964. L’aveva immaginata un astrofisico sovietico per classificare eventuali civiltà extraterrestri in base all’energia che fossero capaci di utilizzare.
Detta così sembra fantascienza. In realtà, riletta oggi, fa un certo effetto perché è esattamente di energia che stiamo parlando.
Ogni volta che chiediamo qualcosa a un modello di intelligenza artificiale vediamo comparire una risposta sullo schermo. Quello che non vediamo è tutto il resto ovvero migliaia di processori che lavorano insieme, enormi data center, sistemi di raffreddamento, reti elettriche sempre più sotto pressione. Dietro una tecnologia che ci appare immateriale c’è un’infrastruttura molto concreta.
E allora anche la guerra dei chip assume un significato diverso: infatti Washington prova a rallentare la corsa cinese limitando l’accesso ai semiconduttori più sofisticati ed e’ una scelta comprensibile. Ma nel contempo la storia insegna che le sanzioni hanno spesso un doppio effetto perché frenano nell’immediato ma, allo stesso tempo, spingono chi le subisce a diventare meno dipendente. È quello che la Cina sta tentando di fare investendo non soltanto nei chip, ma nell’intera catena produttiva, dalla progettazione ai macchinari necessari per realizzarli.
Insomma parlare di “guerra dei chip” e’ una semplificazione. La vera competizione riguarda chi riuscirà a controllare l’intera infrastruttura dell’intelligenza artificiale: energia, capacità di calcolo, data center, reti, ricerca industriale.
Per decenni abbiamo pensato che il potere tecnologico si misurasse dal software. Oggi scopriamo che, senza fabbriche, elettricità e infrastrutture, anche il software più brillante resta poco più di un’idea.
È qui che ritorna, quasi per caso, Kardašëv che Sessant’anni fa immaginava civiltà lontanissime, capaci di dominare l’energia del proprio pianeta. Probabilmente non avrebbe mai pensato che la sua intuizione sarebbe stata richiamata per spiegare una disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina.
Eppure la domanda, in fondo, è la stessa.
Non chi avrà l’algoritmo migliore ma chi avrà le risorse per alimentarlo.
Foto in apertura (Agenzia Nova)












