Il 25 luglio La Verità pubblica estratti di un vocale privato del 2021 in cui Sigfrido Ranucci, parlando con Valentina Pelliccia, evoca la presenza di mafia e massoneria all’interno della Rai.
Pubblichiamo la rassegna stampa del 25 e 26 luglio, integrata con richiami ad articoli e prese di posizione pubblicati nei mesi precedenti. Ne emerge la consueta contrapposizione tra giornali amici e giornali nemici.
Il fatto scatenante
Il 25 luglio La Verità – firma di Matteo Carnieletto, giornale diretto da Maurizio Belpietro – ha pubblicato estratti di alcuni audio WhatsApp privati del 2021 inviati da Sigfrido Ranucci, conduttore di Report e vicedirettore di Rai3, alla giornalista e influencer Valentina Pelliccia. Nel vocale, riferendosi a servizi segreti deviati e a un presunto “consorzio” mafia-P2, Ranucci diceva testualmente: “Anche dentro la Rai c’è un po’ di mafia, un po’ di massoneria”.
Il contesto dello scambio, secondo la ricostruzione del quotidiano, era più articolato della singola frase diventata virale: Pelliccia si era confidata con Ranucci su una presunta molestia subita sul luogo di lavoro (in una banca), e lui le forniva dettagli per “inquadrare” la vicenda, citando nomi come Montante, Pollari e i servizi segreti, prima di arrivare all’affondo sulla Rai e di consigliarle di guardare un’inchiesta di Report del 2021 sulle nuove mafie — inchiesta che però, nota La Verità, non trattava affatto di mafia o massoneria dentro la Rai.
Il giorno dopo, 26 luglio, La Verità è tornata sul tema con un secondo pezzo (“Nella Rai mafiosi e massoni. Parte la rivolta contro Ranucci”) sottolineando il silenzio del conduttore — solo una breve dichiarazione al Tg1, nessuna smentita sull’autenticità dell’audio — e anticipando che il comitato etico Rai avrebbe preso in esame la vicenda come “ulteriore elemento di indagine” nel fascicolo già aperto sui rapporti tra Ranucci e il faccendiere Valter Lavitola.
La replica di Ranucci
Ranucci ha atteso alcune ore prima di commentare, affidando la sua unica reazione a una breve dichiarazione al Tg1 del 25 luglio: “Riporta fatti che, se sono stati riscontrati, sono stati sicuramente denunciati […] Se invece è un audio privato, è stato diffuso senza la mia autorizzazione. È grave anche questo”. Ha aggiunto di aver ricevuto minacce, collegandole a una “campagna d’odio” contro di lui — senza però smentire l’autenticità del contenuto (Open; La Verità).
Chi è Valentina Pelliccia
Viene descritta come giornalista ed esperta di comunicazione, comparsa più volte a eventi pubblici accanto al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Dopo la pubblicazione della Verità aveva inizialmente smentito su Instagram (“Non sono io”), salvo poi iniziare a rispondere ai giornalisti e pubblicare messaggi più o meno in codice nelle sue stories, incluso uno scatto con Ranucci accompagnato dalla didascalia “I miei angeli. Lui sa tutto”.
Sullo sfondo: il fascicolo Rai già aperto
La vicenda si innesta su un dossier più ampio già al vaglio del Comitato etico di Viale Mazzini, aperto sui rapporti tra Ranucci e Valter Lavitola — indagato come mandante dell’attentato dinamitardo subito dal giornalista nell’ottobre 2025 — e su un possibile audit sulle fonti di Report, richiesto anche dal governo. Una relazione del Comitato etico è attesa entro la settimana, prima del CdA Rai del 30 luglio, e potrebbe aprire la strada a un audit interno formale, subordinato però al via libera della Procura titolare dell’inchiesta (Open; La Verità).
Il Corriere della Sera e le reazioni del centro destra
Il Corriere ha coperto la vicenda soprattutto sul fronte delle reazioni politiche e istituzionali, più che con un pezzo di rilancio autonomo degli audio. Sulle sue pagine sono intervenuti il vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia Marco Scurria e il collega Massimo Ruspandini, che hanno parlato di “insinuazioni gravissime” sulla presenza di massoni e mafiosi in Rai (ripreso da Open, che cita il Corriere come fonte).
Il quotidiano milanese ha inoltre seguito da vicino i filoni collaterali che si intrecciano con questa polemica:
-Il 22 luglio ha dato conto della conferma da parte del Tribunale del Riesame degli arresti per l’attentato dinamitardo subito da Ranucci nell’ottobre 2025, con l’aggravante del metodo mafioso confermata, e ha ricordato che le verifiche del Comitato etico Rai sulle puntate di Report “nel mirino” restano parallele all’inchiesta giudiziaria (Corriere della Sera).
-Il 13 luglio aveva riportato la richiesta del ministro delle Imprese Adolfo Urso (FdI) di un audit interno Rai su Report per “accertare la veridicità delle fonti”, nell’ambito del caso Ranucci-Lavitola.
-Il 10 luglio aveva raccolto le dichiarazioni del commercialista Gian Gaetano Bellavia, ex consulente storico di Report, che si diceva “allibito” per l’amicizia tra Ranucci e Lavitola.
Le reazioni politiche alla frase “mafia e massoneria in Rai”
Secondo la ricostruzione di Open (che cita Repubblica e Corriere), la frase attribuita a Ranucci ha scatenato una raffica di reazioni dal centrodestra:
I componenti meloniani della commissione di Vigilanza Rai hanno parlato di dichiarazioni “fatte da un dirigente contro la sua stessa azienda, che gettano ombre inquietanti”. Forza Italia e il sindacato Unirai hanno chiesto chiarimenti ufficiali all’azienda. Il senatore di FdI Matteo Gelmetti ha rilanciato collegando la vicenda al rapporto Ranucci-Lavitola e alla presunta loggia del “gran maestro” Gioele Magaldi.
Le reazioni di Pd e M5S
A differenza del fronte di centrodestra, sulle rivelazioni specifiche degli audio a Valentina Pelliccia (“mafia e massoneria in Rai”) Pd e M5S non hanno finora rilasciato dichiarazioni ufficiali dedicate. È un elemento che viene notato esplicitamente dalla stampa:
Lo stesso La Verità, nel pezzo di follow-up del 26 luglio, sottolinea il silenzio di Ranucci e aggiunge che è «paragonabile solo a quello dei suoi (ormai ex?) amici della politica che lo aveva sostenuto sin qui» — un riferimento implicito proprio all’assenza di prese di posizione da Pd e M5S su questo specifico episodio.
Già il 15 luglio, prima della pubblicazione degli audio sulla mafia/massoneria ma nel pieno dello scandalo Ranucci-Lavitola, la deputata di FdI Elisabetta Lancellotta aveva attaccato pubblicamente il “silenzio imbarazzante di Pd e femministe”, accusando i democratici di un “doppiopesismo intollerabile” perché “restano mute solo perché l’autore è di sinistra”.
Il contesto: dove Pd e M5S sono invece intervenuti
Nella stessa giornata del 25 luglio, su un fronte collaterale della vicenda (il caso del sondaggio di Lavitola sulla possibile “discesa in campo” di Ranucci e le critiche di Matteo Renzi sull’amicizia tra i due), gli esponenti M5S in commissione di Vigilanza Rai sono intervenuti in difesa del conduttore, replicando a Renzi: “Renzi lasci stare i giornalisti d’inchiesta a schiena dritta”, ricordando che Ranucci aveva già escluso in audizione di volersi candidare.
Va inoltre segnalato che, secondo una ricostruzione di Libero Quotidiano del 21 luglio, all’interno del M5S — finora tra i principali sostenitori di Ranucci — si starebbe aprendo una frattura interna: alcuni parlamentari, tra cui una componente vicina a Chiara Appendino, giudicherebbero “oggettivamente inspiegabile” il rapporto con Lavitola, e manca un comunicato ufficiale di Giuseppe Conte in difesa del giornalista, a differenza della solidarietà granitica mostrata subito dopo l’attentato dell’ottobre 2025.
Per contro, la storia recente mostra un pattern di sostegno molto netto di entrambi i partiti a Ranucci ogni volta che la questione riguardava attacchi politici diretti al giornalismo d’inchiesta: ad esempio a gennaio 2026, quando Maurizio Gasparri (FI) criticò preventivamente una puntata di Report sulle stragi del ’92, Pd e M5S reagirono in blocco parlando di “censura preventiva” e “intimidazioni”.
In sintesi: sull’episodio specifico degli audio a Pelliccia il centrosinistra sta osservando un cauto silenzio, colto e rimarcato sia da La Verità sia dal centrodestra come segnale di imbarazzo, mentre continua a difendere Ranucci sui fronti più politici della vicenda (Lavitola, attentato, presunte pressioni del governo).
Il Fatto Quotidiano: cronaca sobria, cornice di “attacco alla libertà di stampa”
Sul caso specifico dell’audio Ranucci-Pelliccia, Il Fatto Quotidiano ha dato la notizia con un pezzo firmato da Marco Franchi, uscito in edizione cartacea il 26 luglio: “‘In Rai mafia e massoneria’; Destra contro Sigfrido Ranucci”. Il taglio è cronachistico più che polemico: riporta la frase attribuita a Ranucci, la definisce già nel titolo scaturita da “chat private” con Valentina Pelliccia, descritta come “esperta di comunicazione comparsa più volte a eventi col ministro Giuseppe Valditara”, e registra la reazione del centrodestra (“Destra contro Sigfrido Ranucci”).
Non risulta, al momento, un editoriale dedicato specificamente a questo episodio dell’audio. La posizione più ampia del giornale su tutto il caso Ranucci, però, è netta e consolidata da settimane, e aiuta a inquadrare come il quotidiano diretto da Marco Travaglio leggerà anche questo capitolo.
Il 21 luglio, un pezzo definisce il vaglio delle fonti imposto dalla Rai a Report “un’evidente intimidazione”, chiedendo perché i vertici Rai (la “Telemeloni”, nel lessico del giornale) siano rimasti in silenzio sulle intercettazioni e le querele contro Ranucci e i colleghi Mottola, Mondani e Iovene.
Il 16 luglio un altro articolo sostiene che “la bomba a Ranucci era vera” ma che ora “è il sistema a volerlo” colpire, presentando il conduttore come vittima/parte lesa di un disegno più ampio legato alle sue inchieste su mafie, loggia P2, neofascisti e servizi deviati.
Già nell’ottobre 2025, dopo l’attentato, Travaglio in un video-intervento aveva inquadrato i fatti come “un attentato contro di lui e contro Report”, sottolineando l’isolamento dei pochi giornalisti d’inchiesta italiani “che facciamo per davvero”.
Il precedente più diretto: nel 2024 FdI aveva già querelato Mottola e Ranucci per la puntata “La mafia a tre teste”, e Il Fatto aveva riportato la vicenda dando spazio alla lettura Usigrai di “querela bavaglio”.
In sintesi: sull’audio specifico il Fatto riporta i fatti senza commento esplicito, ma l’impianto editoriale del giornale — costruito nelle settimane precedenti sul filone bomba/Lavitola — è già orientato a leggere ogni nuovo attacco a Ranucci come un tentativo di delegittimazione del giornalismo d’inchiesta, piuttosto che come una questione di merito sulle sue dichiarazioni.
Repubblica: sponda storica a Ranucci, ma nessun pezzo dedicato sull’audio
Su Repubblica, la ricerca non ha fatto emergere — almeno finora — un articolo dedicato specificamente all’audio Ranucci-Pelliccia pubblicato in questi giorni. Il quotidiano compare però come fonte citata da altri (ad esempio da Open, che riprende la nota dei componenti FdI in Vigilanza sulle “ombre inquietanti” gettate dalle parole di Ranucci).
Quello che è invece solido è il posizionamento storico e recente di Repubblica sul personaggio Ranucci, sempre nel segno della vicinanza/simpatia editoriale:
Il 30 giugno 2026, dopo gli arresti per l’attentato di Pomezia, Repubblica pubblica un’intervista a tutta pagina a Ranucci in cui il conduttore dichiara di non aspettarsi “più nulla” dalla Rai e ringrazia la magistratura per non averlo “lasciato solo”.
Nel giugno 2024, in occasione della querela di FdI contro Mottola e Ranucci, Repubblica aveva dato ampio risalto alla reazione sindacale, riportando la definizione Usigrai di “querela bavaglio, un fatto senza precedenti”.
Più di recente, nel novembre 2025, era stata Repubblica a rivelare il contenuto secretato dell’audizione di Ranucci in Vigilanza/Antimafia sul presunto pedinamento da parte dei servizi — episodio che ha alimentato ulteriormente la narrazione di Ranucci come giornalista sotto pressione dello Stato profondo.
Il Giornale: erosione sistematica della credibilità di Ranucci
Sul Giornale non c’è un pezzo dedicato specificamente all’audio con Pelliccia rivelato da La Verità. Quello che è invece solidissimo è la linea editoriale del giornale su tutto il “caso Ranucci”. Il 16 luglio, Il Giornale pubblica in esclusiva stralci dell’audizione secretata di Ranucci in Antimafia, con Fazzolari che dichiara al giornale: “Si sta finalmente sgretolando la montagna di fango, allusioni e menzogne che Ranucci ha riversato”.
Il 7 luglio un pezzo firmato con il commento del conduttore Nicola Ruggieri liquida l’impianto accusatorio sul filone Lavitola come una vicenda da “commedia” più che da “grande assedio contro il giornalismo libero”.
Il 9 febbraio un articolo intitola ironicamente su Report ch “tira in ballo pure la massoneria”, leggendo le inchieste del programma come funzionali alla battaglia per il No al referendum sulla giustizia — segno che il tema “massoneria” evocato da Ranucci viene sistematicamente trattato dal giornale come una forzatura retorica ricorrente, non come una rivelazione credibile.
Il 31 gennaio, sempre Il Giornale aveva rivelato le chat Ranucci-Boccia, scatenando la richiesta del centrodestra di un’indagine su un’eventuale “regia” dietro le inchieste del condut
In sintesi, la linea del Giornale ( con Tommaso Cerno alla guida) è di erosione sistematica della credibilità di Ranucci, presentato come protagonista di una “montagna di bugie” più che come vittima di una campagna di delegittimazione — cornice in cui l’audio sulla “mafia in Rai” si inserirebbe naturalmente come ulteriore prova di leggerezza nelle sue accuse.
Libero: Ranucci “montagna di bugie” e sospetto sulle fonti
Anche per Libero non risulta, nelle fonti raccolte, un pezzo specificamente dedicato all’audio con Pelliccia usciti il 25-26 luglio — ma la posizione del quotidiano (oggi diretto da Alessandro Sallusti) sul caso complessivo è la più esplicitamente ostile tra tutte le testate finora passate in rassegna.
Il 17 luglio, un articolo titola senza mezzi termini “Il governo bastona Ranucci: ecco la sua montagna di bugie”, ricostruendo come il conduttore avrebbe puntato il dito, nell’audizione secretata in Antimafia, contro il governo Meloni, Il Giornale (con riferimento esplicito alla famiglia Angelucci) e i servizi segreti, per poi provare a “tappare i buchi” negando pubblicamente accuse che Libero sostiene di poter smentire documentalmente.
Il 19 luglio, un pezzo titolato “Ranucci, tutte le balle contro la destra” richiama il precedente delle accuse di massoneria rivolte al generale Vannacci a gennaio, di cui — scrive Libero — “ancora si attendono le prove”, proprio per suggerire uno schema ricorrente di accuse di massoneria mai sostanziate da Ranucci e dai suoi ambienti.
Il 9 luglio, Libero aveva già raccolto le dichiarazioni di Ranucci sulla massoneria in Parlamento e sull’amicizia con Lavitola, dando risalto alla sua ammissione di non pentirsi del rapporto con il faccendiere indagato come mandante dell’attentato.
Il 21 luglio, Libero aveva raccontato le tensioni interne al M5s (fronda Appendino) su Ranucci, già segnalate nella parte della rassegna sulle reazioni Pd/M5s.
In sintesi, Libero potrebbe applicare allo specifico episodio dell’audio la stessa cornice usata per il filone Lavitola: quella di uno schema retorico di Ranucci — accuse gravi di mafia/massoneria/servizi deviati mai accompagnate da denunce formali o prove — funzionale a proteggere se stesso spostando l’attenzione su nemici politici, più che una testimonianza credibile su presunte infiltrazioni criminali nel servizio pubblico.
Il Foglio: tono ironico-scettico, distanza sia da Ranucci sia dalle accuse di complotto
Il Foglio è, tra le testate finora passate in rassegna, quella con la reazione più diretta e tempestiva al caso specifico dell’audio: lo stesso giorno della pubblicazione di La Verità (25 luglio), il quotidiano pubblica un’intervista al gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Antonio Seminario, costruita apposta per smontare con sarcasmo l’ipotesi di una “massoneria” dietro il caso Rai. Il pezzo apre con un registro scanzonato — “Nel pastone canicolare di Sigfrido, non poteva mancare — di nuovo — la massoneria” — che inquadra subito la vicenda come l’ultimo capitolo di un tormentone estivo più che come una rivelazione di sistema.
Il gran maestro Seminario liquida il collegamento come un riflesso automatico della cultura del sospetto italiana (“Ogniqualvolta accade qualcosa, in questo paese, la massoneria viene tirata in ballo”), specificando che il Grande Oriente non ha “nessuno coinvolto” nella vicenda.
Il Foglio costruisce però un’ironia a doppio taglio: fa notare che se Lavitola (l’amico di Ranucci indagato come mandante dell’attentato) è o è stato massone, allora — chiosa il giornale — si può “arguire che il reporter non vi è poi così ostile” al mondo delle logge, un modo elegante per suggerire una contraddizione nelle stesse accuse di Ranucci.
Questa uscita si inserisce in una linea già tracciata dal Foglio nelle settimane precedenti, molto più scettica verso Ranucci che verso le sue accuse.
L’8 luglio, un editoriale duro dal titolo “A Ranucci piace il privato politico” chiede esplicitamente che si indaghi sulla relazione tra il conduttore e il presunto mandante dell’attentato, notando con sarcasmo che nelle sue inchieste “si infiltra sempre un po’ di massoneria (Lavitola, si dice), di berlusconismo (Lavitola)” — un pattern che il giornale considera più autoreferenziale che probatorio.
In sintesi, la posizione del Foglio (diretto da Claudio Cerasa) non si allinea né alla lettura di “persecuzione del giornalismo d’inchiesta” propugnata dal Fatto Quotidiano, né all’attacco politico frontale di Il Giornale/Libero: preferisce un registro da separazione ironica, che dubita della fondatezza delle accuse di Ranucci più che discuterle nel merito, e ne sottolinea le contraddizioni interne (l’amicizia con un presunto massone mentre si denuncia la massoneria) come elemento di debolezza narrativa.
Usigrai: nessuna presa di posizione specifica sull’audio, per ora
Sul caso particolare dell’audio con Valentina Pelliccia, Usigrai — il sindacato dei giornalisti Rai, storicamente il più vicino a Ranucci — non ha ancora diffuso, al momento di questa rassegna (mattina del 26 luglio), un comunicato dedicato. Nell’archivio comunicati del sindacato all interno dell’articolo del Corriere della Sera che ricostruisce le reazioni politiche del 25 luglio, non compare una nota Usigrai su mafia/massoneria in Rai: a differenza di UniRai Figec, il sindacato di area centrodestra, che ha invece reagito subito chiedendo che Ranucci “denunci pubblicamente” o che l’azienda “si tuteli da queste accuse infamanti” (Corriere della Sera; ANSA).
Questa assenza, va detto con la stessa cautela già usata per Pd e M5s, potrebbe semplicemente riflettere i tempi di pubblicazione (l’audio è stato rivelato da La Verità solo il 25 luglio) più che una scelta politica.
Quello che è invece ben documentato è il posizionamento sistematico di Usigrai su tutti i fronti precedenti della vicenda Ranucci, utile per inquadrare come il sindacato probabilmente si muoverà anche su questo capitolo:
Dopo gli arresti per l’attentato di Pomezia (30 giugno 2026), Usigrai ha diffuso una nota di “soddisfazione” per i “passi avanti nelle indagini”, sottolineando che l’attentato dinamitardo “voleva colpire l’intero mondo del giornalismo d’inchiesta e l’articolo 21 della Costituzione”.
Sulla sospensione cautelativa delle repliche estive di Report (10 luglio), Usigrai ha parlato di “attacco al lavoro di tutta la redazione”, schierandosi apertamente con il programma e con Ranucci.
Sempre a luglio, la redazione di Report aveva ricordato che “l’Ordine dei giornalisti e l’Usigrai si sono espressi con solidarietà verso Ranucci e verso la trasmissione” nella mobilitazione #giulemanidareport.
Dopo l’attentato dell’ottobre 2025, la prima reazione a caldo del sindacato era stata: “Siamo certi che né Sigfrido né i colleghi di Report si lasceranno intimorire. Saremo sempre al loro fianco”.
Un precedente più risalente ma indicativo del filo diretto: nel 2024, davanti a voci di un possibile addio di Ranucci alla Rai, Usigrai aveva parlato di perdita “dolorosa” per l’azienda.
In sintesi: Usigrai ha una linea di sostegno pressoché incondizionato a Ranucci su ogni fronte istituzionale/giudiziario del caso (attentato, sospensioni, querele), ma non ha ancora — almeno alle fonti verificate finora — commentato nel merito le sue parole su “mafia e massoneria in Rai”.
Fnsi: nessuna nota specifica, ma linea di sostegno consolidata
Sulla homepage dell’Fnsi aggiornata al 25-26 luglio: non compare alcun comunicato dedicato all’audio su mafia e massoneria in Rai, né riferimenti a Ranucci, Pelliccia o alla vicenda specifica. È un silenzio che, come già notato per Pd e M5s, potrebbe riflettere semplicemente il fatto che la notizia è di ieri, non necessariamente una scelta politica.
Il sindacato ha però una linea di intervento sistematico e ravvicinato su ogni altro fronte della vicenda Ranucci, utile per capire come si muoverà probabilmente anche su questo:
Il 10 luglio, dopo la sospensione cautelativa delle repliche estive di Report, l’Fnsi commenta duramente: “la vittima diventa il sospettato”.
Dopo gli arresti per l’attentato di Pomezia (30 giugno), l’Fnsi si dichiara pronta a costituirsi parte civile nel processo.
Un caso storico rilevante: nel novembre 2022, sul “caso Report” legato all’acquisizione dei tabulati telefonici per individuare le fonti della trasmissione, l’allora segretario Usigrai Daniele Macheda, il segretario Fnsi Raffaele Lorusso e il presidente dell’Ordine Carlo Bartoli si presentarono insieme in redazione per esprimere solidarietà a Ranucci, promettendo un dossier alla Commissione Europea sulla libertà di stampa in Italia.
Ordine dei giornalisti: silenzio notato anche da Il Foglio
Anche l’Ordine nazionale dei giornalisti non ha, al momento, diffuso una nota sull’audio con Pelliccia. Interessante notare che i silenzi è stato segnalato proprio da una fonte ostile a Ranucci: il 15 luglio Il Foglio scriveva ironicamente che “non risulta che l’Ordine dei giornalisti, in genere sempre solerte nel censurare le aspre critiche a Ranucci, abbia detto alcunché” a proposito di un altro episodio della vicenda, rimarcando come il silenzio dell’Ordine su fronti sfavorevoli al conduttore di Report contrasti con la sua storica rapidità nel difenderlo su altri fronti.
Il precedente più eclatante di questa rapidità: nel gennaio 2025, il Comitato Esecutivo del Consiglio nazionale dell’Ordine definì “spregevole” una rubrica del Foglio che sembrava augurare la morte di Ranucci, esprimendo “piena solidarietà” al giornalista (Ordine dei Giornalisti; Il Fatto Quotidiano). E dopo l’attentato di ottobre 2025, il presidente Carlo Bartoli aveva parlato di “inquietante salto di qualità degli attacchi contro il giornalismo d’inchiesta”, schierando l’Ordine al fianco di Ranucci senza ambiguità.
In sintesi: sul merito delle parole di Ranucci su mafia e massoneria in Rai, gli organismi di categoria (Fnsi, Ordine, e come già visto Usigrai) mantengono per ora tutti lo stesso silenzio, mentre restano attivissimi — con dichiarazioni immediate e nette — su ogni episodio che riguardi minacce, attentati o restrizioni al lavoro giornalistico di Ranucci.
Il lavoro di ricerca è stato realizzato con il supporto dell’Ai.












