Dossier Aspen. Un patrimonio antico davanti all'intelligenza artificiale

Dossier Aspen. Un patrimonio antico davanti all’intelligenza artificiale

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Aspen Institute Italia ha pubblicato un dossier sul soft power culturale del Paese, nato da una tavola rotonda tenuta a Roma il 22 luglio. E la tesi, letta da chi l’Italia la promuove per mestiere, è di quelle che costringono ad alzare la testa dal foglio. Il nostro problema non è la scarsità. È l’abbondanza che nessuno amministra.

Attorno al tavolo sono stati chiamati accademici, diplomatici, uomini delle istituzioni e dell’impresa, e ne è uscito un documento che per una volta rinuncia all’autocompiacimento. Possediamo, è la sostanza, più capitale culturale di quanto sappiamo organizzarne. Arte e lingua da un lato, e poi tutto il resto, l’automotive, la moda, l’agroalimentare, la ricerca. Eccellenze reali. Il punto è che ciascuna procede per conto proprio. Una mostra qui, un festival là, un’iniziativa altrove ancora, e alla fine molte di queste azioni si sovrappongono, talvolta si elidono, mentre le risorse si disperdono.

Chiunque abbia lavorato anche una sola volta a un evento di promozione all’estero conosce il copione. L’entusiasmo dell’inaugurazione, e subito dopo il vuoto. Nessuno che tenga il filo di ciò che era stato costruito l’anno precedente.

Il dossier prova a rimediare, e sfugge alla tentazione italiana per eccellenza, quella di fondare l’ennesimo ente. Immagina un ufficio leggero a Palazzo Chigi, poco più di una segreteria di coordinamento. Poi degli Stati Generali della Cultura, da convocare ogni due o tre anni, per fare il punto senza pretendere di comandare. L’idea di fondo è delicata ma esatta. Non serve un’identità calata dall’alto, le nostre regioni restano diverse e questa diversità è un patrimonio. Serve soltanto che i pezzi comincino a parlarsi.

Poi c’è il passaggio attorno a cui ruota il titolo. Aspen chiede di smettere di raccontare l’Italia unicamente al passato. Il turismo della cartolina regge ancora, salvo rovesciarsi in overtourism non appena lo si lascia privo di regia. Ma quel patrimonio antico si trova oggi davanti a qualcosa che riscrive le regole del gioco, e il dossier lo nomina con una franchezza che nei documenti istituzionali di norma arriva con dieci anni di ritardo. L’intelligenza artificiale. Non come parola d’ordine, ma come cantiere concreto — e lo scrivo mentre rifinisco queste righe con un assistente di quel tipo, che mi pare il modo meno ipocrita di prendere sul serio la questione. Le richieste sono due, elementari. Che gli esperti veri della tecnologia siedano ai tavoli dove si decide. E che si investa sulle infrastrutture, l’energia, i data center, i semiconduttori, in assenza delle quali il soft power digitale rimane una diapositiva.

È l’immagine che resta, alla fine. Un Paese che custodisce Leonardo e il Rinascimento, e che deve imparare ad abitare la stagione delle macchine che elaborano linguaggio senza sentirsi fuori posto.

Il dossier lascia aperta la domanda vera, quella che nessuno ha voglia di chiudere. Siamo primi in ogni indice di reputazione, e continuiamo ad ammirare ciò che abbiamo invece di decidere di spenderlo. Il salto che manca non è tecnico. È di volontà.